caso Bianzino, la perizia non ha risolto il mistero

 

Da Il Manifesto, di Emanuele Giordana – 9 febbraio 2008

I medici legali della
procura dicono che Aldo morì per un aneurisma. Cause naturali dunque.
Ma troppe zone d’ombra dai contorni confusi restano senza risposta.
Tocca ora al magistrato decidere come procedere per scoprire una verità
senza macchie e interrogativi.

Aldo Bianzino morì per cause
naturali. La perizia medico legale depositata dai dottori Anna Aprile e
Luca Lalli sembra non avere grandi dubbi e tutti i dati "depongono per
una emorragia sub-aracnoidea dovuta a rottura aneuristica" che produsse
"un’insufficienza cardio-respiratoria". Che uccise Aldo. Inoltre il suo
corpo non riporta traumi evidenti il che fa scrivere ai due medici che
"la possibilità che Bianzino possa avere subito un insulto traumatico
anche modesto in grado di produrre la rottura dell’aneurisma cerebrale
deve essere considerata un’ipotesi non supportata da alcun dato
biologico".

Un trauma per la verità c’è, al fegato. Che
risulta strappato e lacerato. Ma, come attesta la letteratura medica,
casi di massaggio cardiaco che hanno portato a questi risultati, pur se
rari, ne se trovano.

Aldo Bianzino entrò nel carcere
Perugino di Capanne il 12 ottobre dell’anno scorso. Stava bene. Era
"calmo e tranquillo". Poi la mattina del 14 un aneurisma, un piccolo
rigonfiamento di un vettore sanguigno, esplode. Viene soccorso alle 8
dopo che una guardia si accorge del suo corpo inanimato sul lettino
della cella. I medici del carcere le provano tutte: gli fanno anche un
massaggio cardiaco che dura 22 minuti. Inavvertitamente gli fanno a
pezzi il fegato. Ma non c’è nulla da fare. Quando arrivano i dottori
del 118 c’è solo, alle 8.30, da constatare il decesso. Tutto è chiaro,
limpido quasi certo.

La perizia ammette alcune zone
d’ombra. Si spinge addirittura a scrivere che "può ascriversi a lata
ipotesi" l’idea che Aldo "possa essere stato colpito con modalità in
grado di mascherare lesività esterne". Suggerisce che forse, visto che
tra l’emorragia e la morte passarono alcune ore, da due a otto,
qualcosa si poteva fare pur se resta difficile determinare cosa. Forse.

In
buona sostanza Bianzino aveva nel corpo una bomba a tempo che prima o
poi sarebbe esplosa: fu colpa del carcere se accadde in quel momento?
La perizia non sembra escluderlo ma esclude che vi sia stato un
evidente elemento scatenante. A restare alle parole fredde della
perizia, e ai commenti a caldo delle guardie penitenziarie di Capanne
che hanno accolto con sollievo le conclusioni dei due medici incaricati
dalla procura, tutto sembra procedere senza una grinza. Un uomo
condannato dal suo destino vascolare entra in carcere così come sarebbe
potuto entrare in pasticceria.

La bomba a tempo lavora
contro di lui. Esplode quando meno se la aspetta. Muore nel suo letto
forse senza un lamento chissà se chiamando aiuto (gli altri detenuti
dicono che lo fece) durante un lasso di tempo di due-otto ore.
Sconvolto decide anche, chissà come, di mettersi completamente nudo. O
furono i medici a spogliarlo forse cercando l’origine del male oscuro
in momenti di tensione che, per massaggiargli il cuore, fecero loro
lacerare il fegato a un uomo già morto? Il 118 lo trova nudo in
corridoio, altra bizzarria descritta dai referti.

Alle 8.30
ne constata il decesso e poi però, tre quarti d’ora dopo, un
funzionario del carcere va a chiedere a Roberta Radici se suo marito ha
inghiottito qualcosa perché è in coma. Una finzione apparentemente
senza senso per una morte naturale. Ma tutto ciò è ora compito del
magistrato che ha in mano una perizia che non risolve se non il
particolare che Bianzino morì di aneurisma. Una sacca di sangue che si
rompe per maturità o per un aumento della pressione arteriosa dovuto,
dice la letteratura, a svariate cause: dall’attività sessuale a un
forte stato di tensione emotiva, di ansia. Dopo tanti "si dice" la
perizia medica adesso c’è. Ma troppe domande restano ancora senza
risposta.

Due giorni fa Roberta Radici ha incontrato Franca
Rame. L’ex senatrice le ha promesso che seguirà il suo caso con
attenzione e farà tutto il possibile per aiutarla nella sua ricerca
della verità sulla morte del compagno. La Rame aveva già annunciato la
sua intenzione di dare vita ad un grande spettacolo teatrale, i cui
proventi saranno devoluti interamente ai figli ed alla compagna di Aldo.

Un caso chiuso? parla l’avvocato

La
perizia è "generica e lacunosa"secondo Massimo Zaganelli, legale di
Roberta Radici: "lascia aperti troppi interrogativi. E non mi piace un
clima orientato a una generica omissione di soccorso per la quale tutto
si può risolvere in sede civile. Paga lo stato e il caso è chiuso"

La perizia esclude traumi e dice che Bianzino morì per un aneurisma…

Cominciamo dai traumi. La perizia parla chiaramente di quelli al fegato: distacco e lacerazione.

Dovute a massaggio cardiaco…

Si
citano autorevoli ricerche scientifiche ma bisogna leggerle: casi
rarissimi che lasciano del tutto indifferenti. Si può escludere un
evento violento perché nella letteratura c’è qualche caso di massaggio
mal fatto?

Ma fu l’aneurisma la causa della morte…

Possibile
certamente, ma la stessa perizia fa emergere molteplici casi che
possono produrlo. Quale fu per Bianzino l’elemento scatenante? Non
certo uno "stress" per limitazione della libertà. Tutti sanno che nel
suo caso si esce di prigione dopo due giorni. E Bianzino, al suo
ingresso in carcere era, "calmo, lucido, collaborante….". Poi però
quella notte succede qualcosa. Cosa? Pare che sia uscito dalla cella
almeno tre volte… Ma c’è altro.

Cosa?

Bianzino
viene trovato dai medici del 118 nel corridoio vicino alla cella. Nudo.
Nudo e in corridoio? E come si spiega la cicatrice nella regione
sacrale che compagna, moglie e figli dicono di non avere mai visto?
Troppi misteri irrisolti che vanno oltre la perizia, alla quale manca,
mi lasci dire, il parere di un neurochirurgo.

Come che sia ci fu omissione di soccorso?

Se
lei vuol dire che Bianzino poteva essere salvato, mi pare evidente. Un
aneurisma, preso in tempo, e qui si la letteratura aiuta, può essere
fermato. Clippato, come si dice. La perizia ammette che, dal momento
iniziale al decesso potrebbero essere passate da due a otto ore. Un
tempo enorme. Cosa accadde in quel lasso di tempo?

In caso di archiviazione?

Ci opporremo. Bisogna vederci chiaro in queste zone d’ombra che restano al momento troppo estese

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