MUOVITI VELOCE... IL PROIBIZIONISMO E' SULLE TUE TRACCE
a cura di M.D.M.A. Roma
Dopo intimidazioni e sgomberi nei confronti di feste più o meno illegali che servono ebvidentemente a far capire quale sia la nuova aria che tira nel paese anche il potente Corsera manda segretamente i suoi inviati a scoprire cosa si cela dietro i rave illegali.
Eccone la fantasiosa cronaca con finale splatter:
COMO – A poco più di un mese dalla morte di Nunzio Lo Castro, il diciannovenne di Castellanza che ha perso la vita al rave party di Segrate, ci siamo infiltrati in un rave illegale organizzato all'ultimo momento tra Alzate Brianza e Cantù, mentre è ancora viva la polemica politica sulla opportunità di vietare, o quantomeno regolamentare questo genere di raduni a base di musica techno.
--> -->GOABASE E SMS - Il tam tam è partito nel pomeriggio grazie ad uno dei siti di riferimento per i «ravernauti» che si chiama Goabase. Qui si possono trovare tutti i rave party in programma in Italia e nel resto del mondo, comprese le istruzioni su come arrivare in un determinato luogo segreto a poche ore prima dell'evento. Ma non ci sono solo i siti specializzati, l'altro passaparola più diffuso sono gli sms a catena che si ricevono durante la giornata per gli aggiornamenti. Per confonderci, abbiamo indossato la felpa con il cappuccio in stile «Paranoik Park» e ci siamo introdotti tra alcuni ragazzi diretti al party segreto. Durante il tragitto in auto, un sms ci ha avvisato che la località del rave era ad Alzate Brianza in provincia di Como, in un bosco lontano dalle aree industriali o dai centri abitati. L'appuntamento è nella notte. Sono le 24 e il buio è quasi totale. Raggiungiamo a fatica il luogo nascosto del rave che riconosciamo subito dalla presenza di camper e dalle numerose file di macchine posteggiate in qualche modo ai bordi del rettilineo principale. Da lontano si intravede qualche luce psichedelica verde, diluita dalla fitta presenza di abeti e soprattutto si sentono le percussioni assordanti della musica techno che ci guidano come fossero lampioni.
LOCATION TOP SECRET - Attraversiamo a piedi 1 km di un campo incolto cercando di non finire nel fango. Non siamo i soli, tra i sentieri incontriamo tantissimi ragazzi che si fanno strada con l'illuminazione del telefonino. Hanno i sacchi a pelo e gli zainetti per passare la notte, perché il rave finirà il giorno successivo. Improvvisamente, si apre davanti a noi lo scenario del luogo «top secret» che è suddiviso naturalmente in due piazzole, con un sentiero che funge da collegamento. Nelle due aree ci sono due consolle con i dj all'opera protetti dalle tende da campeggio. A metà del sentiero c'è un bar di fortuna con tutti gli alcolici in bella vista. Centinaia di ragazzi con il cappuccio della felpa sopra la nuca ballano a due dita dalle casse e dai diffusori di techno. Lo faranno per ore senza staccarsi mai, sotto l'effetto dell'ectasy o della anfetamina che dura anche 12 ore. Qui, la droga di ogni genere si consuma ritualmente: in coppia, a gruppi, da soli. Sono le quasi le 3 di notte e qualcuno cerca di scaldarsi con i due fuochi accesi per affrontare il freddo che è ancora proibitivo.
IL LORO MANIFESTO – I raver appartengono ad un villaggio tribale e il loro credo è l'abbattimento della legalità, come recita il rave pensiero:
«La nostra dipendenza è la tecnologia. La nostra religione è la musica.
La nostra moneta è la conoscenza. La nostra politica è nessuna. La
nostra società è un'utopia che sappiamo non sarà mai. Potete odiarci.
Potete ignorarci. In questi spazi improvvisati, noi cerchiamo di
liberarci dal peso dell'incertezza di un futuro che voi non siete stati
capaci di stabilizzare e assicurarci. Noi cerchiamo di abbandonare le
nostre inibizioni, e liberarci dalle manette e dalle restrizioni che
avete messo in noi per la pace del vostro pensiero. Noi cerchiamo di
riscrivere il programma che avete cercato di indottrinarci sin dal
primo momento che siamo nati...».
Alle 4 il cielo era stellato, molti di loro erano stesi per terra.
(Agenzia Radicale, 16 aprile
2008) Michele Bortoluzzi, 40 anni, membro della Giunta Nazionale di
Radicali Italiani e Segretario dell’Associazione Radicale Veneta Loris
Fortuna, è uscito dagli studi di Canale Italia la notte passata alle
2,30 in barella, trasportato al nosocomio di Padova per un sospetto
trauma cranico procurato da una testata sferrata da un ospite del
dibattito condotto dal giornalista Gianluca Versace. L’aggressore,
invitato in qualità "di poliziotto, membro di scorte, e responsabile di
una sigla del Sindacato di Polizia" ha inveito contro i Radicali, quali
"Partito della marijuana, dei drogati". All’obiezione del Segretario
dell’Associazione Fortuna, nel dibattito acceso, il poliziotto ha
reagito con una testata sull’arcata sopracciliare a Michele Bortoluzzi.
Bortoluzzi,
ghandianamente, ha alzato la fronte insanguinata ed ha continuato a
parlare, pur in evidente stato di difficoltà, fino all’arrivo
dell’ambulanza che lo ha trasportato all’ospedale, dove è stato dimesso
dopo alcuni controlli. L’episodio va stigmatizzato: Bortoluzzi, nel suo
intervento iniziale alla trasmissione, aveva infatti pregato tutti di
cercare di trovare le comuni ragioni sul sostegno al Governo Italiano
incaricato dai cittadini, al di là del voto dato a destra o sinistra,
pregando tutti di mantenere il dibattito su un piano costruttivo.
L’aggressione continua ai Radicali, le invettive "partito dei drogati,
avete rovinato l’Italia", e il clima che si è creato in studio hanno
portato all’accensione di un dibattito al quale ovviamente il dirigente
radicale ha cercato di mettere un freno, spiegando le ragioni di 50
anni di storia radicale.
Queste ragioni, evidentemente, non sono
gradite ad una parte che si sente oggi molto sicura di poter applicare
la legalità in una forma nuova, con meno inibizioni, senza limiti,
aggredendo e minacciando il più debole. In merito all’increscioso
episodio, la Segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, si è
detta preoccupata per questo segnale di intolleranza verso chi la pensa
in modo diverso dai forcaioli, punizionisti e proibizionisti e
preannuncia una manifestazione per la mattina del 24 aprile a Roma, in
Piazza Cavour, quando si riuniranno le Sezioni Unite della Cassazione
per pronunciarsi in modo univoco sulla punibilità o meno della
coltivazione domestica di marijuana.
L'incredibile scoperta: si fuma cannabis 'per rilassarsi e per il piacere che provoca'
La cannabis viene consumata per rilassarsi e per il piacere che
provoca, l'ecstasy viene consumato per divertimento e curiosita', la
cocaina, oltreche' per curiosita', anche per aumentare le proprie
performance (il 10% degli intervistati ha affermato di aver consumato
cocaina sul lavoro). Sono dati preliminari della ricerca nazionale
'Pcs: Percezione del rischio, comportamenti protettivi, significati
attribuiti da parte del consumatore di cocaina', finanziata dal
ministero degli Affari sociali, coordinata dall'Osservatorio
epidemiologico sulle dipendenze patologiche, dell'Ausl di Bologna, e
diretta da Raimondo Maria Pavarin. La ricerca, che sara'
presentata domani nel corso del convegno: 'Tra percezione del rischio e
ricerca del piacere: i significati attribuiti all'uso delle sostanze.',
all'ospedale Maggiore di Bologna, si focalizza sull'approccio alle
droghe da parte della popolazione tra i 15 e i 55 anni, che frequenta
locali pubblici, feste private, scuole medie superiori, universita',
servizi pubblici e privati, analizzando in particolare la percezione
dei rischi e dei benefici da parte di chi consuma droghe e lo scopo per
cui le droghe vengono consumate. Le variabili prese in considerazione
sono relative a reddito, eta', sesso, professione. Dalla ricerca, che
ha interessato finora 1.873 persone residenti in Emilia-Romagna, e che
verra' allargata ad altre 20.000 circa, sparse in tutta Italia, emerge
un quadro che conferma solo in parte una serie di luoghi comuni in
materia: per esempio, anche questa ricerca conferma che molti
cominciano dalla cannabis per poi provare altre droghe, piu' pesanti,
ma al tempo stesso emerge che l'80% di quelli che provano cocaina
smettono molto presto. Per quanto riguarda le motivazioni, lo studio ne
evidenzia 16, tra le principali: la ricerca del piacere, del benessere,
la curiosita', lo svago, lo stare insieme agli altri, l'evasione dalla
realta'. Anche l'analisi della relazione tra reddito e scelta di
sostanze conferma qualche giudizio consolidato: i piu' ricchi (al di
sopra dei 1.100 euro al mese) preferiscono la cocaina, i meno ricchi
(tra i 400 e i 500 euro) si 'accontentano' dell'ecstasy. Il 20% degli
uomini e il 10% delle donne spende piu' del 10% del suo reddito in
cocaina, mentre, per quanto riguarda i rischi, il 40% ha guidato sotto
l'effetto dell'alcol, il 20% ha guidato dopo aver assunto alcol e
droga.
Dopo la morte del ragazzo durante il rave di segrate la stampa ha messo di nuovo
la cultura rave sotto accusa.
Sta a noi salvaguardare il nostro divertimento ed i nostri spazi liberati.
Purtroppo, la scena tekno negli ultimi anni è cresciuta nei numeri
ma si è sistematicamente svuotata di messaggi positivi,
input indispensabili a creare il piacere di un’esperienza collettiva di
riappropriazione del tempo, che appare ormai ingabbiato in un sistema
che ci rende tutt@ precari.
Per sopravvivere serve più consapevolezza, informazione, e non repressione o leggi AntiRAVE.
Per ridare dignità alla cultura tekno bisogna ritrovare il rispetto per gli spazi e per la musica.
Per divertirsi ad una festa bisogna avere cura di se stessi e delle persone che ti ballano vicino!!
19 aprile 2008 kriminalhertz@strike presentazione del primo disco autoprodotto da kmh
breve comunicato post semina:
Nonostante una giornata non proprio assolata e un clima non del tutto
favorevole, si è tenuta la festa della semina 2008 al Forte Prenestino di
Roma.
Una giornata all'insegna della condivisione.
Condivisione di saperi, di fiori e piante e delle tecniche per farli venire
su forti e rigogliosi.
Una giornata divertente, ma anche una giornata di lotta antiproibizionista
nel modo che più ci piace:
quello cioè dell'antiproibizionismo realizzato, dello scambio non
commerciale, del consumo senza ansie di repressione e di acquisizione.
Una giornata di giochi e di seminari, di cibi e di musica, di gioia e relax
tesa a ribadire ancora una volta che...
GIUSTO O SBAGLIATO NON PUO' ESSERE REATO!
dedicata a Aldo Bianzino, ad Alberto, a Giuseppe e a tutte le vittime da
proibizionismo.
al Forte Prenestino dal pranzo al tramonto:
Abbiamo deciso di festeggiare la semina quest'anno dedicando la giornata ai liberi coltivatori d'Italia.
Sono sempre di più, infatti, coloro che volendosi tenere lontani da proibizionismo e, soprattutto, dalle narcomafie decidono di autocoltivarsi la propria pianta e di godere dei frutti della propria fatica.
Ci chiamano "esercito di coltivatori", come recitava un allarmato servizio di "repubblica" di pochi mesi fa da cui si evinceva che, specialmente al sud, è diffusissima la pratica della produzione in proprio della marijuana.
Ovviamente i dati sono quelli della polizia e hanno origine dalla stima della sostanza sequestrata come una parte minima di quella effettivamente circolante.
Si pensa così che a fronte di qualche centinaio di coltivatori denunciati siano, in realtà migliaia quelli in azione così come a fronte di più di un milione di piante sequestrate solo nel 2007 siano in realtà almeno un numero 5 volte superiore quelle non intercettate.
Si stima che siano ormai circa 10 milioni i consumatori di cannabis in Italia, tra questi il 25% dei giovani tra i 18 e 35 anni (uno su quattro).
Appare evidente come il proibizionismo stia fallendo. Come le leggi iperpunizioniste come la Fini-Giovanardi siano un inutile accanimento nei confronti dei consumatori, come l'unica volontà dello stato sia quella di sorvegliare e punire: negli anni che vanno dal 1993 al 2006 più di 500000 persone, in gran parte giovanissimi, sono state segnalate come consumatrici di sostanze stupefacenti.
Sappiamo benissimo, ovviamente, che tra i coltivatori ve ne è una parte importante che lo fa a scopo di lucro. Si calcola che in questo regime proibizionistico una pianta arrivi a fruttare anche 1000 euro ed è facilmente comprensibile che a qualcuno questa appaia come una delle soluzioni più facili per fare soldi presto e senza far male a nessuno (anche se vanno inclusi nel discorso mafiosi e bastardi senza scrupoli che puntano a massimizzare la produzione gonfiando le piante di veleni e concimi...già sentito, non vi pare?).
Comunque non è certamente a questo genere di coltivatori che va la nostra giornata, ma a figure come quella di Aldo Bianzino, falegname quarantenne che viveva in Umbria e che arrestato per poche piante non ha fatto più ritorno a casa, o ad Alberto e Giuseppe, giovani coltivatori suicidatisi per la gogna penale e mediatica a cui sono stati sottoposti per il possesso di pochi germogli di erba.
A loro e a tutte le vittime di proibizionismo dedichiamo una giornata di lotta, di condivisione, di scambio di informazioni e tecniche affinchè i coltivatori possano affinarsi e moltiplicarsi.
Contro ogni proibizionismo.
Contro le narcomafie.
Giusto o sbagliato non può essere reato
Giusto o sbagliato...ormai ho seminato
APPELLO
Il fallimento del proibizionismo è sotto gli occhi di
tutti.
L'assunzione di sostanze che modificano la coscienza è un fatto
che accomuna gli esseri umani di tutti tempi, luoghi e culture.
Nel corso
del tempo, per alcune di queste sostanze ne è stato proibito l'uso, dando vita
a tutta una serie conflitti ai quali i governi hanno risposto con sempre
maggiore repressione. Nasce così il problema droga. Sono state promulgate leggi
e istituiti imponenti apparati repressivi, per affrontare la questione a
livello globale, che hanno dichiarato la "guerra alla droga". Una persecuzione
infame, fatta di incursioni militari, uccisioni, perquisizioni, fermi, arresti,
blitz, lancio di diserbanti chimici su intere popolazioni, che è bene
ricordare, ha fatto nascere un reato la dove non ci sono vittime, costringendo
alla clandestinità milioni di esseri umani.
Mai nessuna legge ha prodotto
nella storia del genere umano una quantità tale di sofferenze. Definibile come
la terza guerra mondiale, perché combattuta su fronti sparsi nell'intero
pianeta, questa strategia planetaria conta ormai miglia di vittime e continua ad
infliggere lacrime e sangue ad un numero sempre maggiore di esseri umani magari
solo per aver coltivato una pianta. Queste politiche di fatto hanno creato il
mercato nero delle sostanze illecite, un mercato totalmente libero nel quale è
possibile avere enormi profitti, e paradossalmente, nonostante i loro continui
fallimenti nel ridurre il volume dei traffici e i livelli di consumo delle
droghe, queste strategie non sono mai state messe seriamente in discussione,
anzi sono state potenziate e rafforzate negli aspetti più repressivi, arrivando
ad essere la principale causa di carcerazione mondiale. In nome di un astratto
ideale di Società libera dalle droghe, ingenti risorse statali sono finite nella
casse di apparati repressivi creati ad ok, che hanno messo in campo le loro
politiche di Tolleranza Zero ed hanno contribuito, non di certo ostacolato, al
rafforzamento delle criminalità organizzate, alla diffusione delle sostanze
stesse e dei modi più rischiosi di assumerle.
In un regime proibizionista i
rischi connessi al consumo di sostanze crescono vertiginosamente e vanno ben
oltre ai rischi connessi alla sostanza in sé, per esempio: impossibilità di
sapere la concentrazione reale della sostanza che si crede di assumere ed il
tipo stesso di sostanze con le quali è stata tagliata. Molti non pensano al
fatto che la merce droga è una Merce Speciale, non una merce come tutte le
altre, perché se un'automobile è sempre un'automobile, una pistola sempre una
pistola, dal produttore fino ad arrivare al consumatore, un chilo di eroina,
grazie alla magia del proibizionismo, dall'Afganistan all'Italia diventano venti
chili.
Oggi, in Italia, questa ipocrita battaglia è condotta da una delle
normative mondiali più dure in materia, dalla legge Fini Giovanardi sulle
sostanze stupefacenti, con la quale tutte le sostanze sono state messe sullo
stesso piano e i timidi tentativi di un'azione di riduzione dei danni, resi già
difficili dalla precedente legge in materia (legge Iervolino-Vassalli), sono
stati letteralmente travolti da un'azione repressiva totale. Le conseguenze sono
state la maggiore diffusione di sostanze pesanti e la trasformazione di una
questione culturale, politica e sociale in una questione esclusivamente medica e
penale.
Questo appello ha l'obiettivo non solo di far riflettere su
una situazione che diventa giorno per giorno sempre più insostenibile, di un
proibizionismo che va ad alimentare piuttosto che a risolvere le problematiche
che ufficialmente dichiara di voler contrastare, ma anche quello di costruire
una rete sociale capace di mettere in piedi un percorso concreto, fatto di
sperimentazioni pratiche, che produca un avanzamento in materia . E' sempre più
urgente un'opposizione sociale che si organizzi e che faccia sentire le sue
ragioni e la sua voce al fine di fondare un'alternativa concreta ad un tale
stato di cose.
Il superamento del proibizionismo non solo è possibile ma è
diventato indispensabile.
Crediamo fermamente che una riflessione sincera
di tutti, insieme alla sperimentazione di pratiche di riduzione del danno,
ispirate ad una cultura del consumo critico e consapevole, fondate
sull'informazione, possano concretamente superare le problematiche attuali
connesse al consumo di sostanze ed evitare tanti morti, principalmente causate
dalla clandestinità in cui il proibizionismo costringe ad agire.
Non c'è mai
stata questa possibilità, ad un rischio ipotetico provenienti da un eventuale
legalizzazione, sono stati preferiti fallimenti concreti e tangibili e le
immani sofferenze causate dalla repressione.
Qualcuno sta giocando con le
nostre vite e sta facendo soldi sulla nostra pelle.
Se è in ballo la nostra
libertà e la nostra stessa esistenza, allora dobbiamo essere noi a condurre le
danze, dobbiamo lottare affinché il diritto all'autodeterminazione non rimanga
lettera morta.
Né malati, né criminali, ma gioiosamente
illegali.
Autoproduzione unica soluzione.
CANAPISA 2008 -
MANIFESTAZIONE ANTIPROIBIZIONISTA
SABATO 31 MAGGIO - PISA
Dedicata ad
Aldo Bianzino.
per adesione e partecipazione e-mail: canapisa@inventati.org
LONDRA - Paranoia, attacchi di panico, ansia,
apatia, aumento di peso e assoluta mancanza di concentrazione anche per
fare le cose più semplici. Sono le conseguenze di un «esperimento»
messo in atto da Nicky Taylor: fumare marijuana una volta al giorno per
un mese intero. Il tutto filmato in un documentario della Bbc.
L'inglese, madre di tre figli, si è anche fatta iniettare
tetraidrocannabinolo (thc), il principio attivo della marijuana, per
vedere gli effetti di una dose massiccia assunta tutta insieme.
L'esperimento della Taylor prende spunto da un altro documentario, Super Size Me,
in cui l'americano Morgan Spurlock mangiava per un mese intero tre
volte al giorno solo da McDonald's con il risultato di ingrassare di
undici chili e riportare gravi danni a livello epatico.

Nicky Taylor (da Bbc.co.uk)
SKUNK - Sin dalla prima canna fatta con lo skunk, la variante più potente di cannabis che si fuma oggi, la Taylor ha iniziato ad avere paranoie, paure e incapacità a fare le cose più semplici. «Ero terrorizzata. Subito sono diventata paranoica, con attacchi di panico. A un certo punto avevo il terrore di alzarmi dalla sedia. È stato uno dei momenti peggiori della mia vita», ha detto la donna, non nuova a queste imprese. Lo scorso anno, per esempio, non si è lavata per sei settimane, sempre seguita dalle telecamere. Al termine dell'esperimento, la donna - che aveva fumato marijuana l'ultima volta quando era studentessa vent'anni fa - è anche ingrassata, ha registrato apatia e mancanza assoluta di concentrazione. Test condotti a metà dell'esperimento hanno notato livelli di psicosi superiori rispetto agli schizofrenici. Nicky era consapevole del fatto che oggi la marijuana, causa le modifiche genetiche che hanno creato la variante detta skunk, è molto più potente e pericolosa di quella fumata in gioventù: «In quella naturale c'è il 3-5% di thc, nello skunk c'è il 10-15%». Nel Regno Unito c'è ormai da qualche anno il dibattito sull'opportunità di riconsiderare la depenalizzazione della cannabis: quando fu declassata infatti non era potente come la sostanza che circola oggi.
Forse qualcuno avrà già sentito parlare del disease mongering
Mauro Croce, Gian Paolo Di Loreto
Forse qualcuno
avrà già sentito parlare del disease mongering . E' una
strategia utilizzata dall'industria farmaceutica per incrementare gli
utili attraverso una serie di specifiche azioni, ad esempio
indirizzare l'attenzione clinica e di ricerca su patologie croniche e
di forte diffusione (con buona pace delle persone affette da malattie
rare il cui "poco mercato" non merita grandi investimenti),
abbassando i livelli-soglia di rischio, ma alzando quelli di
redditività di farmaci che non devono essere somministrati ai
fini della guarigione, ma per mantenere gli assuntori "sotto
cura e sotto controllo" praticamente per tutta la vita.
Ma
non è sufficiente abbassare le soglie di rischio. Ecco che
allora ciò che sino a qualche anno fa era considerato normale
ora viene considerato patologico, e pertanto vengono individuate
"nuove malattie". La lista è lunghissima, sino a
contemplare la "sindrome delle gambe irrequiete", sindrome
che necessita prima di essere "scoperta", quindi di essere
combattuta tramite l'individuazione di un farmaco ad hoc ed infine,
inevitabilmente, richiede di trovare "pazienti" affetti da
tale sindrome. Non è un caso che gli investimenti in marketing
da parte delle aziende farmaceutiche si rivelino di molto superiori a
quelli in ricerca.
Ancora, desta una notevole impressione la
recente notizia che un farmaco come il Prozac non risulterebbe
efficace nei casi di depressione lieve, impressione che si accentua
al sospetto che tale mancanza di efficacia possa derivare non tanto
da un'azione farmacologicamente carente, quanto dalla scadenza del
brevetto (con la conseguenza che le case farmaceutiche tenderebbero a
svalutare il Prozac per poter poi lanciare sul mercato altri
brevetti).
Fatto sta che leggendo come patologiche numerose
manifestazioni della vita normale e facendo leva sulla paura della
morte, si incentiva il continuo ricorso a strutture sanitarie e al
sovratrattamento farmacologico di ogni sintomo da parte di un
cittadino stretto fra il timore della malattia e l'aspettativa nel
potere salvifico della medicina.
Di converso, anche comportamenti
e scelte (o forse non scelte…) soggettive ben si prestano a
suscitare un certo interesse da parte della medicina e delle aziende
farmaceutiche: eccessi o inibizioni sul piano sessuale, nell'uso di
internet, nel lavoro, nel gioco d'azzardo, nelle relazioni e negli
affetti, negli acquisti ed anche nello sport diventano sempre più
punto di osservazione, di studio, di interesse da parte della
medicina, ed eccoli quindi inseriti a pieno diritto nelle "nuove
patologie" o, nello specifico, nelle "nuove sindromi da
addiction", sempre più consone ad inglobare momenti ed
eccessi tipici della vita di ognuno di noi. L'operazione è
semplice. Il primo passo sta nel creare un allarme sociale (nuove
malattie, nuove sindromi di cui ognuno potenzialmente è a
rischio); in secondo luogo ci si appropria di questo campo (questi
comportamenti sono individuati, spiegati e di dominio della
medicina), in terzo luogo vengono catalogati (inserimento nei manuali
diagnostici) e finalmente giunge la rassicurazione che sono in corso
ricerche, sono o saranno a disposizione farmaci, linee guida.
Questo
non significa che il problema del rischio, dei costi sociali, delle
problematiche aperte da tali questioni non esistano. Anzi. Piuttosto
si pone la questione se tali problemi siano di competenza della
medicina o meno. Come nota infatti Eliot Freidson nel saggio La
dominanza medica «la professione medica si arroga il diritto di
decidere cosa sia la malattia e a che cosa sia collegata, nonostante
la sua incapacità di trattarla efficacemente. Questo ci
dimostra che l'acquisizione di importanza sociale di un valore come
la salute va di pari passo con la nascita di un veicolo per questo
valore, una categoria organizzata di professionisti che ne reclamano
la giurisdizione. Una volta ottenuta ufficialmente tale
giurisdizione, la professione è pronta a creare i propri
concetti specializzati per definire che cosa sia la malattia. Benché
la medicina non sia indipendente dalla società in cui opera,
nel momento in cui diventa il veicolo di valori sociali, giunge ad
assumere un ruolo fondamentale nella formazione e nella definizione
dei significati sociali che tali valori contengono. Resta da vedere
quale sia la portata di questo ruolo».
Non punire, ma
sedurre
Quest'ultima notazione ci introduce all'interno di un più
ampio piano di lettura del fenomeno, che tenta di dar conto della
medicalizzazione della devianza come processo diffuso, nonché
chiave di volta per comprendere l'affermazione di un certo potere
sottile, discreto e pervasivo. È quello che ci rammenta Michel
Foucault in Sorvegliare e punire evidenziando il fatto che proprio su
strumenti come l'esame, su modalità operative quali la
catalogazione, la classificazione, la documentazione e
l'individualizzazione, si sia fondato il passaggio verso un certo
modello di società del controllo e della disciplina. Questi
elementi, che trovarono terreno di coltura proprio in ambito clinico
(cioè in quei "laboratori" che sono gli ospedali del
XVIII secolo), non limiteranno poi il proprio raggio d'azione al
manicomio e all'ospedale, ma si riveleranno ben funzionali alla
gestione ed organizzazione di altre comunità "necessarie"
e totalizzanti, quali sicuramente la caserma, il carcere e per molti
versi la fabbrica.
Da qui, dalle istituzioni totali, il sistema
"medicalizzante" troverà poi progressiva diffusione
nel resto della società, rendendo sistematiche le procedure di
normalizzazione e controllo fino a farne la spina dorsale di un
preciso modello di regolazione socioeconomico e politico o, per
meglio dire, biopolitico.
Ma sarebbe ingenuo pensare oggi che la
diffusione della medicalizzazione, anche di quella della devianza,
sia rimasta ancorata ad un mero presupposto disciplinare ed
organizzativo. Prova ne sia che se da un lato vi è ormai la
stabile acquisizione che il processo di medicalizzazione collettiva
della vita (ben prima che della devianza!) sia un processo necessario
ed ineluttabile, in quanto rispondente ad esigenze di carattere
medico-sociale (tutt'altro che scevre, come sopra rimarcato, da
pressioni economiche), dall'altro i processi di individualizzazione
che hanno avuto luogo in occidente negli ultimi 30-40 anni non hanno
affatto sgretolato i dispositivi di controllo basati sulla
medicalizzazione, piuttosto li hanno sottoposti ad una certa
mutazione. L'individuo tardo-moderno o post-moderno, differenziato,
autonomizzato ed isolato, rappresenta difatti un "oggetto"
di attenzione ancor più esposto alle manipolazioni di un
potere mai così raffinato, in grado di esprimere controllo
sociale non tanto per il diretto ricorso a disciplinarità e
sanzioni, quanto attraverso la mirata stimolazione di desideri e la
incessante proposizione di modelli, all'interno dei quali l'input
alla salute ed al benessere diviene generale, inevitabile e doveroso
fondamento del principio di successo individuale.
A ciò si
aggiunga che questa volontarietà alla base dell'attuale
biopotere si raccorda perfettamente con la volontarietà
dell'accesso a certi benefici o servizi erogati proprio in quegli
ambiti bio-socio-tecnologici volti a regolare, organizzare e
monitorare il comportamento umano.
È chiaro, quindi, come
ciò che oggi si definisce come controllo non si focalizza su
pratiche costrittive, né su espressioni e comportamenti
oppressivi, ma nell'organizzazione e nella contestualizzazione di ciò
che è spesso progettato o addirittura desiderato da un libero
soggetto: nell'indicargli modelli di vita, di consumo, di
prestazione. Salvo poi ritenerlo malato se "non riesce a
controllarsi" nei consumi e negli eccessi. Salvo poi
stigmatizzarlo se "eccede". Salvo poi colpevolizzarlo se
non ricorre alle cure per il suo disturbo.
Il meccanismo opera in
particolare sul piano delle sostanze o dei comportamenti "non
illegali", dove il consumo è libero, non ostacolato o
spesso addirittura costruito attorno a comportamenti socialmente
incentivati, senza che tuttavia vengano minimamente messi in
discussione i modelli culturali e l'organizzazione sociale ed
economica che gravitano proprio attorno a questi consumi.
Ed è
a questo punto che intervengono i "saperi esperti" i quali,
come ha evidenziato sempre Foucault (vedi Tecnologie del sé ),
divengono di centrale importanza nei processi di normalizzazione che
partono dalla individuazione delle possibili buone condizioni di
salute e dalla definizione delle corrette regole di comportamento a
cui i soggetti sono chiamati a conformarsi. Non si tratta più
quindi di "sorvegliare e punire" (apparato che richiama
paranoici modelli ottocenteschi o modelli inapplicabili) ma di
prevenire e curare, preferibilmente all'interno di un approccio
riduzionista che si declina in prevalenza su un versante
biologico-individuale, riconducendo cioè l'essere umano ad una
"semplice questione somatica": ecco infatti che
quotidianamente sui giornali leggiamo come sia stato scoperto in un
qualche laboratorio il gene, il meccanismo biologico, il tratto
somatico di tutto ciò che ci dà fastidio negli altri o
che vogliamo giustificare in noi (la violenza, l'aggressività,
la tossicodipendenza), o che vogliamo cambiare o di cui ci
vergogniamo. Ed ecco allora la pillola - già anticipata e
pubblicizzata - che risolverà il problema, e che rappresenta
anche la chiusura di un cerchio già delineato.
Dal
peccato alla malattia
«Una volta rimosse etichette come
crimine e peccato, ciò che viene fatto al deviante è
per il suo bene, per aiutarlo invece che punirlo, anche se il
trattamento può, in alcune circostanze, rappresentare una
pratica restrittiva. Le opinioni del deviante non vengono tenute in
considerazione perché egli è considerato un profano
inesperto, privo della conoscenza specializzata o del distacco che
gli darebbero il diritto di fare sentire la sua voce» (la
descrizione è ancora di Freidson).
Il progressivo
slittamento di molti comportamenti considerati devianti,
incomprensibili, disturbanti dal dominio della Chiesa (è
peccato), a quello del Diritto (è reato), per giungere a
quello della Medicina (è malattia), comporta tuttavia i rischi
di un controllo più strisciante, più subdolo, la cui
sostanziale accettazione sociale garantisce spazi di manovra e di
legittimazione in territori prima stranieri. Se ieri un uomo doveva
essere pio e timorato di Dio, e quindi rispettoso delle leggi e delle
convenzioni, oggi l'ideale è quello di un uomo "sano"
e la salute (o la mancanza di essa) diventa il luogo ove scoprire e
svelare il peccato, la colpa o i propri limiti ed inadeguatezze: si
pensi ad esempio al "caso Viagra". Le "nuove sindromi"
sono costruite e definite da una algebrica sommatoria di più
criteri comportamentali che non si interrogano circa la comprensione
dei meccanismi, dei significati, dei vissuti, delle evoluzioni e dei
bisogni che tali "dipendenze" sembrano allo stesso tempo
circolarmente soddisfare e creare. I problemi e gli ostacoli che le
persone incontrano diventano, quindi, diagnosi e il processo prevede
la trasformazione e l'accettazione del passaggio da trasgressore a
malato.
Oltre la cura: la statistica "preventiva"
Ma
lo scenario si va frastagliando, e inizia a sorgere più di un
dubbio circa il fatto che la medicalizzazione della società in
generale, e la medicalizzazione della devianza in particolare,
governino da sole gli attuali processi di controllo sociale. Forse
non è un caso che le tendenze nel crime control e nel
contrasto alla devianza degli ultimi trenta anni abbiano via via
spostato l'attenzione dalle caratteristiche cliniche e sociali
dell'autore del delitto alle concrete modalità di commissione
dei reati ed alle situazioni ed al contesto fisico ove il reato viene
perpetrato.
Così come non è casuale l'emersione di
un approccio preventivo cosiddetto attuariale, volto ad operare su
una base quantitativa e probabilistica e tendente al controllo
tramite una valutazione anticipata del rischio, rinvenibile sia nelle
specifiche caratteristiche individuali del singolo soggetto, quanto
in quelle generali della classe o del gruppo di cui fa parte, secondo
un criterio preventivo, astratto e statistico che non ha più
alcun bisogno di quella finalità trattamentale o
risocializzante che accompagna, in buona parte, proprio certi
processi di medicalizzazione.
Sembrerebbe pertanto configurarsi
uno scenario tardo-moderno nel quale il biopotere sa muoversi ed
agire in modo fluido ed adattabile, utilizzando strumenti diversi in
base alle diverse caratteristiche dei soggetti da controllare: su
alcuni di essi può essere più efficace medicalizzare e
"trattare", oppure indurre e stimolare; su altri rimane
preferibile valutare il rischio ed escludere.
19/03/2008
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