STREETANTIPRO07

MUOVITI VELOCE... IL PROIBIZIONISMO E' SULLE TUE TRACCE
a cura di M.D.M.A. Roma

Giovanardi: parlare o manifestare per la legalizzazione della cannabis deve essere vietato
2008/05/30,09:27
 
 
29-05-2008, ore 17:12:39
 
ALLARME CENSURA. Giovanardi: parlare o manifestare per la legalizzazione della cannabis deve essere vietato
 
Una legge per dire basta alle manifestazioni pubbliche che si trasformino in una sorta di sagra della droga, anche se leggera. L'intenzione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche antidroga, Carlo Giovanardi, e' quella di "introdurre strumenti normativi per non permettere piu' che manifestazioni propagandistiche, come la tre giorni sulla canapa (terapeutica, ndr) a Bologna, in programma dal 30 maggio al 1 giugno, possano svolgersi liberamente". Intervistato dal sito dei 'Circoli della Liberta' di Michela Vittoria Brambilla, Giovanardi spiega: "Vogliamo dire basta alla cultura della droga. E per farlo vogliamo introdurre nell'ordinamento una norma che impedisca di fare propaganda, anche indiretta, a tutte le droghe, comprese quelle cosiddette leggere". "Questo anche alla luce dell'eccessiva e preoccupante leggerezza nei confronti delle droghe, che ha contribuito a creare le condizioni per casi quali quello di Roma, dove un tossicodipendente ha investito con l'auto e ucciso due giovani fidanzati, e quello di Milano, dove una banda di spacciatori adolescenti, sgominata dai carabinieri, riforniva di droga i propri compagni di scuola". 

Piobbichi Francesco (Politiche Sociali Partito Rifondazione Comunista) ha cosi' commentato:
Se il nuovo sottosegretario con delega sulle droghe vuol contribuire a ridurre la cultura dello sballo cominci a proporre una legge per limitare nelle tv del presidente del consiglio le pubblicita' dirette degli alcolici che legano piacere e successo con l’utilizzo della sostanza.  Vietare una manifestazione, come quella di Bologna sulla cannabis invece  contribuisce a criminalizzare decine di migliaia di persone che non fanno niente di male, se non discutere del loro stile di vita. La legge italiana inoltre gia' prevede sanzioni per chi incita all’utilizzo di droghe, andare oltre vuol dire di fatto limitare la liberta' di parola discrezionalmente. Se i primi atti della destra sono la negazione del patrocinio e di piazza Navona per il gay pride e l’annuncio di limitare  manifestazioni come quella bolognese sulla cannabis,  ci troviamo di fronte ad una classe politica che fa scempio della democrazia utilizzando di volta in volta i capri espiatori  di turno per legittimarsi.
«Senza la speranza vince la cocaina» quarta parte.
2008/05/30,09:25
 
 
«Senza la speranza vince la cocaina»
Il dominio della competività Emilio Rebecchi analizza i comportamenti in fabbrica e le cause che fanno crescere il consumo. Migliorare le prestazioni è funzionale alla produttività La società è classista, se non hai soldi di famiglia per pagarti la dose spacci, rubi o ti prostituisci
Loris Campetti
Bologna

«Il carcerato almeno una speranza ce l'ha: quella di uscire dalla galera, per fine pena o tentando la fuga. Spesso si ha l'impressione che al giovane, al giovane operaio, sia negata anche la speranza di fuga. Se a un ragazzo togli la speranza di costruirsi un futuro gli hai tolto un diritto fondamentale». Il ragionamento di Emilio Rebecchi segue una logica stringente quanto disperante. Psichiatra, psicoanalista, attentissimo ai comportamenti giovanili e alle dinamiche sociali nei posti di lavoro, Rebecchi ha lavorato a molte ricerche e inchieste ed è a lui che chiediamo un aiuto per tentare di decodificare le ragioni che stanno dietro la spaventosa diffusione di sostanze stupefacenti nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. Il consumo di droghe tra i lavoratori non rappresenta certo una novità, ma oggi sono cambiate le motivazioni, le modalità del consumo, le stesse sostanze assunte e soprattutto, è cambiata la dimensione del fenomeno. Lo incontriamo nel suo studio sulla collina bolognese.
«Io ho sempre apprezzato moltissimo Pantani. Mi ha colpito il ragionamento che faceva ancora prima di diventare un grande campione: 'io sono il più forte, diceva, ma se gli altri prendono le sostanze resto indietro. Bisognerebbe che tutti smettessero, e siccome questo non avviene sono costretto a prenderle anch'io'. Il ragionamento non fa una piega, ma così si alza il livello dello scontro. Conosco un gruppo di bolognesi che pratica il ciclismo per passione, diciamo che fanno cicloturismo. Lo sai che si bombano anche loro? Mica lo fanno per vincere, non c'è niente da vincere; lo fanno per competere, per reggere il livello degli altri. Per non lasciare adito a dubbi di sorta preciso subito che di questo gruppo non fa parte Romano Prodi». La competizione, il miglioramento delle prestazioni, sono i nodi centrali della chiave interpretativa che ci offre Rebecchi. Ma procediamo con ordine. «Io non criminalizzo la chimica: la chimica esiste, è utile in mille circostanze. Ma se la utilizzi per aumentare le tue prestazioni, sessuali, lavorative, persino per divertirti, allora vuol dire che c'è un problema. Intendiamoci, tanti artisti, poeti, scrittori hanno assunto droghe per curiosità, per conoscenza. Lo stesso Siegmund Freud. Ma stiamo parlando del Medio Evo. Oggi i ragazzi si drogano come noi si beveva il caffè o si succhiava il latte dalla mamma. Per loro farsi una striscia di coca o un'anfetamena è un fatto normale, persino ovvio. Senza alcuna solida motivazione il giovane diventa 'spontaneamente' consumatore. Incindono molto i modelli culturali (la competizione spinta all'esasperazione) e interviene un fatto imitativo. Così come da bambini si vuole andare al Burghy o al Mcdonald's perché lo fanno tutti a prescindere dalla schifezza che ti danno da mangiare, così qualche anno più tardi, con lo stesso atteggiamento, può capitare di farsi di cocaina. Questo segnala la presenza di un vuoto che spesso si tenta di riempire con la droga. E siccome la società è classista, se non hai soldi di famiglia, per pagarti la dose rubi, o spacci, o ti prostituisci».
Arriviamo al mondo del lavoro. Se con le categorie interpretative classiche si comprendono alcuni comportamenti 'devianti' nel sottoproletariato, è più difficile farsene una ragione quando il soggetto interessato è l'operaio di fabbrica. «Saltano le differenze etiche. Ammettiamo pure che in fabbrica a spingerti al consumo possa essere una condizione difficile, segnata dalla fatica. La fatica alla linea di montaggio, dove la durata della mansione che si ripete sempre uguale a se stessa è al di sotto del minuto, provoca effetti negativi sulla salute dell'operaio, dolori, lombalgie. Una situazione di questo tipo farebbe pensare che la sostanza adatta ad alleviare la condizione di sofferenza sia l'eroina che è un anestetico e dunque attenua il peso e le conseguenze di un lavoro faticoso. Invece sempre più spesso la droga assunta, anche in fabbrica, è la cocaina. La cocaina è un eccitante, serve ad aumentare la produzione». Le parole di Rebecchi sono confermate dal racconto di tanti operai che abbiamo intervistato: il picco produttivo spesso e volentieri si verifica durante il lavoro notturno, il terzo turno che è quello dove il consumo di cocaina è più alto, anche per una rarefazione dei controlli. Se ne deduce, chiedo a Rebecchi, che la cocaina è funzionale alla produzione e dunque è una 'droga di sistema'? «Negli anni Settanta l'uso di sostanze poteva avere una qualche connotazione antisistema, oggi è tutta interna, verrebbe da dire funzionale al sistema. Non vale solo per gli operai, vale per i manager, per gli sportivi». In fabbrica c'è chi sostiene che si riesce a convivere meglio con l'eroina che non con la cocaina... «E' verissimo, con l'aggravante che la cocaina ha un'azione sulle arteriole, può provocare microinfarti. Alla lunga ti brucia il cervello. Un effetto analogo può essere provocato dalle anfetamine di cui è quasi sempre sconosciuta la composizione».
Come si può intervenire rispetto a questo fenomeno, come si possono aiutare i giovani operai finiti nell'imbuto del consumo, in molti casi nello spaccio per potersi pagare la dose quotidiana? «La cosa che rende più difficile l'intervento è proprio la mancanza di motivazione sociale nella decisione di assumere sostanze, che non sia l'aumento della prestazione individuale e di conseguenza della produzione. Sei disarmato, anche gli strumenti tradizionali come la psicoanalisi sono spuntati. Ti può capitare di chiedere a un giovane paziente di fare delle libere associazioni, dopodiché a un certo punto ti domandi: ma che vuoi che associ questo poveraccio, se non ha un cazzo di idea nel cervello? Dico che ti senti disarmato perché se il giovane consumatore, che sia operaio o studente, non ha una motivazione, quando gli dici di smettere ti risponde semplicemente 'e perché? Mi piace'. Guarda che domani starai male, avrai delle conseguenze gravi sulla salute, gli contesti, ma ti accorgi che non glie ne frega niente. Il che vuol dire, lo ripeto, che nelle giovani generazioni c'è una caduta, una rinuncia a costruirsi un futuro, una prospettiva di vita». E la vita stessa perde di valore... «Senza ideali, non solo politici o religiosi ma semplicemente civili, si resta solo dentro una realtà durissima che non si sopporta più. Così si finisce per tornare all'infanzia, si regredisce allo stadio all'oralità. Vuoi dimostrare di essere più potente di chi ti sta vicino».
La scelta può essere individuale, ma un fenomeno di queste proporzioni assume inevitabilmente un carattere sociale. Dice Rebecchi: «La regressione è legata alla natura della società in cui viviamo, e l'aumento della prestazione individuale, in qualsiasi campo, risponde al comandamento della competitività». Alcuni operai, a conferma di quanto ci dice Rebecchi, ci hanno spiegato che ci si fa, e si convince anche il partner o la partner a tirare coca, prima del rapporto sessuale per migliorare le prestazioni. «E' la logica maschile classica di chi vuole dimostrare che ce l'ha più lungo, la sessualità si riduce all'aspetto penetrativo. Pensi che in un rapporto sia questo e solo questo a interessare la donna. E ti esalti perché una striscia di cocaina ti fa sentire più potente ma non sai, o non ti interessa sapere che col tempo quella roba ti renderà impotente».
Rientriamo in fabbrica. Alcuni operai sostengono che la cocaina aiuti la socializzazione con gli altri operai, oltre a migliorare la prestazione individuale. «Certo - risponde Rebecchi - ma è la socialità della colpevolezza, certo non è la socialità della condivisione. E' la denuncia estrema di una condizione di solitudine. E se in passato drogavi generazioni intere per mandarle a combattere e morire in guerra, oggi con la caduta dei valori le distruggi drogandole per farle produrre di più alla catena di montaggio». Rebecchi conclude il suo ragionamento tornando al concetto della mancata motivazione nell'assunzione di sostanze 'dopanti', da cui discende la mancata motivazione a smettere: «Il generale cinese Zhu De era dedito al consumo di oppio. Quando iniziò la Lunga marcia, prima di assumerne il comando fece una scelta, aveva una motivazione forte per smettere. L'unico luogo in cui era vietato il consumo dell'oppio era il fiume Yangtze, così salì su una barca che scendeva il fiume chiedendo al proprietario di non fargli mettere i piedi a terra per alcuni mesi, per nessuna ragione. Così, con una motivazione forte, vinse le sue due guerre». (4, fine)
Cresce la diffusione delle droghe, da Taranto a Maranello. Terza puntata
2008/05/24,10:42
 
 
Inchiesta Cresce la diffusione delle droghe, da Taranto a Maranello. Terza puntata
Tra fatica e coca, operai alla catena
Il grande rimosso Le aziende oscillano tra silenzio e repressione, sindacato in difficoltà. A rischio la sicurezza sul lavoro: si svaluta il salario, si svaluta la vita
Loris Campetti

Ancora metalmeccanici, ancora droghe. «Hai deciso di metterci in mezzo?», mi chiede con tono scherzoso ma anche preoccupato un delegato della Fiom. La verità è che va reso onore al coraggio di questa categoria, e al suo sindacato più rappresentativo: non è facile mettere in piazza problemi come questi che costringono ad aprire una discussione a tutto campo, sul rapporto con le nuove generazioni di lavoratori e di esse con il lavoro, il conflitto, il sindacato, sul ruolo stesso dei delegati sindacali, le Rsu. Non tutti sono disposti ad aprire questo libro doloroso perché parla di sofferenze dei giovani, nel lavoro come nella vita, una vita alla giornata, senza investimenti sul futuro. Parla di solitudini operaie, cioè di quella classe che liberando sé stessa avrebbe dovuto liberare l'umanità. Raramente, invece, «la classe» è apparsa incatenata come oggi, alla linea di montaggio innanzitutto. E poi a una nuova povertà, con salari che continuano a perdere valore dentro un lavoro non più riconosciuto socialmente. Prigioniera, infine, di una cultura dominante televisiva, in cui all'emancipazione individuale e collettiva si sostituisce l'emulazione dei comportamenti e consumi di chi «ce l'ha fatta», magari del padrone. E il conflitto, che «naturalmente» dovrebbe essere agito nei confronti di chi ti sfrutta, si scarica invece contro i soggetti socialmente più deboli.

La cessione del quinto
Occuparsi di droghe sul lavoro aiuta a scoprire meglio la materialità della condizione operaia. Di chi si è già mangiato il 70% del Tfr per l'acquisto della casa, di chi ha ceduto un quinto dello stipendio per attivare un mutuo, magari per comprare l'automobile nuova o la tv al plasma, commenta un vecchio operaio bergamasco. E via di quinto in quinto finché dello stipendio non resta nulla, un pezzo alla volta è finito in tasca ai moderni strozzini, finanziarie e banche che si fanno pagare il 13% di interessi sui prestiti. Sempre che tu abbia un contratto a tempo determinatato, se sei un precario non puoi concederti neanche il lusso di farti succhiare lo stipendio. Eccola, la nuova classe operaia in carne e ossa.
Concludendo i lavori della conferenza nazionale d'organizzazione della Fiom a Cervia, il segretario generale Gianni Rinaldini ha raccontato un paese inquietante segnato dagli effetti di una globalizzazione selvaggia che spinge gli operai a competere tra di loro. La crisi del lavoro, amplificata dalla sua frantumazione, fa saltare un modello logorato di rappresentanza sindacale e sociale. In questo contesto opera la spinta delle imprese allo smanetellamento della contrattazione collettiva, per sostituirla con rapporti ad personam con i singoli lavoratori. All'interno dell'individualizzazione del rapporto con il lavoro e con il padrone, si inserisce la massiccia e crescente diffusione delle sostanze stupefacenti in fabbrica, nei cantieri edili e navali, nei servizi. «Che altro deve accadere? Se il problema è di queste dimensioni - ha detto Rinaldini in riferimento all'inchiesta del manifesto - dobbiamo aprire una discussione tra noi e con i delegati». Anche questa è una scelta coraggiosa, sapendo che la rottura del silenzio scatena reazioni pericolose da parte delle aziende, che o non sanno quel che succede nelle loro fabbriche, o più verosimilmente fingono di ignorarlo. Quando la verità s'impone, il passaggio dalla rimozione alla repressione viene spontaneo ai dirigenti d'azienda, un fatto di dna. Ed ecco allora che dai delegati si pretenderebbe la delazione, quando non si passa direttamente alla violazione della legislazione che tutela la privacy dei lavoratori: alcune piccole aziende hanno tentato di imporre ai dipendenti o agli aspiranti tali le analisi delle urine per verificare l'eventuale consumo di sostanze. Si può capire il comunicato dei delegati Fiom della Sevel Val di Sangro che, pur aggrappandosi a una lettura un po' riduttiva della diffusione di cocaina nel loro stabilimento, ne ammettono l'esistenza e anzi denunciano le loro ripetute quanto inascoltate richieste alla direzione aziendale di affrontare il problema «con serietà e trasparenza, senza criminalizzazione di chi vive questa condizione».
Un aspetto preoccupante, segnalato da un'inchiesta commissionata dalla Regione Basilicata di cui ha riferito il manifesto di venerdì scorso, è legato al rischio che il consumo di droghe possa provocare un abbassamento dei livelli di sicurezza e, di conseguenza, un aumento degli infortuni sul lavoro. Me ne parla un operaio di un'acciaieria (ci si consenta la genericità del riferimento, ampiamente giustificata dalla delicatezza della questione e dal rischio che corre chi prova a metterci le mani): qualche settimana fa si è verificato un grave infortunio, per fortuna non mortale, a una macchina. Nelle tasche dell'operaio ferito sono state trovate alcune bustine di cocaina. In un'altra fabbrica di peso, un delegato ha chiesto un incontro con il responsabile del personale per denunciare la diffusione della cocaina, mosso dalla preoccupazione che ad essa sia connesso un possibile aumento degli infortuni. «L'azienda ha finto di cadere dalle nuvole. I casi sono due: o non controllano la fabbrica, e sarebbe gravissimo, oppure fanno i finti tonti per evitare ricadute sull'immagine».
Il consumo di droghe (cocaina in particolare) cresce con l'abbassamento dell'età media dei lavoratori e con lo spezzettamento del ciclo produttivo, accompagnato dalla terziarizzazione di pezzi di produzione e servizi e dal lavoro in affitto, che fanno convivere nello stesso posto di lavoro imprese e forme contrattuali assai diverse. Per i delegati è sempre più difficile controllare o addirittura conoscere l'insieme, il che rende più fragile lo stesso intervento sindacale. Se i giovani in molte realtà assumono coca, il fenomeno dell'alcolismo è legato tradizionalmente ai lavoratori ultraquarantenni. Dal Veneto all'Emilia quest'ultimo fenomeno è particolarmente diffuso, come confermano alcuni delegati della Bassa reggiana. In Emilia mi raccontano di operai allontanati per ubriachezza: è il caso della ex Landini a Fabbrico, nel Reggiano, dove il consumo di cocaina è limitato ad alcuni casi concentrati nel turno di notte: «Canne a go-go, ma roba pesante poca». Il fenomeno è comunque abbastanza contenuto e sotto controllo, grazie anche a una rete efficiente di servizi nel territorio, figli del modello sociale emiliano. Qui, come in altri stabilimenti della regione, sono moltissimi i giovani assunti dal Mezzogiorno d'Italia e sbattuti in un'area geografica dove la vita è carissima e una casa in affitto costa poco meno dell'intero stipendio. Campare con mille euro al mese o poco più non è facile, non consente di costruirsi un futuro e la vita si brucia sulla linea di montaggio giorno per giorno. Alla ex Landini lavorano anche 70-80 indiani. Non bastano i menù differenziati per costruire una buona convivenza, tra italiani e immigrati extracomunitari, tra emiliani e meridionali, tra giovani e anziani. Persino nel consumo delle sostanze i comportamenti sono differenziati.
In una grande acciaieria come l'Ilva di Taranto - tra diretti e indiretti oltre 17 mila lavoratori, le dimensioni di una cittadina di provincia - si può trovare di tutto, mi raccontano, «è una specie di supermercato in cui puoi comprare anche cocaina. Sta diventando un problema in uno stabilimento in cui è pericoloso anche camminare, figuriamoci lavorare all'altoforno. Devi essere lucido, attento, sennò rischi di farti male e fare del male ai tuoi compagni. Pensa all'attenzione a cui è chiamato chi lavora sul carroponte e sposta una siviera contenente 300 tonnellate di metallo liquido». Chi racconta queste cose è preoccupato per gli effetti delle droghe consumate sul lavoro, e lo è anche per il rischio che aprire questo capitolo possa fornire «un alibi ai padroni, pronti a ripetere la solita canzoncina: gli infortuni? Colpa della distrazione degli operai. E' un imbroglio, perché le responsabilità dei morti e dei feriti sul lavoro sono degli imprenditori, dei ritmi insopportabili, della non applicazione della normativa sulla sicurezza, dell'organizzazione del lavoro». Detto questo, aggiunge un secondo operaio, «non dobbiamo nascondere le nostre di responsabilità». Ma la riduzione del potere di controllo delle Rsu, sottoposte all'attacco e all'emarginalizzazione da parte degli imprenditori, la fatica che fanno i Rappresentanti sindacali per la sicurezza ad assolvere al loro ruolo, troppo spesso osteggiato dalla controparte, sono ostacoli alla costruzione di un modo di lavorare meno pericoloso. E' la solita storia, «per i padroni contano solo la produzione e il profitto».

Li riconosci dal cambio d'umore
Dai fumi e dal fuoco dell'altoforno passiamo alla griffe più prestigiosa del made in Italy, la Ferrari di Maranello. L'uso di sostanze, che una volta era connesso al mondo dorato della Formula 1, qui in fabbrica «si intuisce, anche senza vedere il tuo compagno che si fa un acido o chissà quali pastiglie, la cocaina c'è ma è meno diffusa, almeno al montaggio. Se sali di grado la musica cambia. L'hashish è diffuso tra i giovani, ma si fuma soprattutto nelle pause. Chi assume sostanze si riconosce per quel particolare stato di euforia che lo prende: ti accorgi che dopo una pausa il tuo compagno di lavoro ha cambiato stato d'animo». 2.800 dipendenti, la maggioranza impegnati nello stabilimento di Maranello e una piccola parte alla Scaglietti di Modena dove si saldano le scocche. Alla Ferrari si costruiscono anche i motori e si verniciano le scocche per la Maserati. «Il settore Corse, qualche centinaia di dipendenti, fa storia a sé. Ma nella produzione di serie il lavoro e la sua intensità, Maranello non è poi così diverso da Mirafiori. Così come il salario base che si aggira intorno ai 1.100 euro, a cui vanno aggiunti il premio di risultato (un buon contratto integrativo) e l'eventuale lavoro notturno o straordinario. In alcune aree come il montaggio dove si lavora su tre turni, l'80% dei dipendenti viene da sud. Questi ragazzi vengono su carichi di entusiasmo, prima di accorgersi che la fatica è tanta, i soldi pochi e la vita come gli affitti è carissima. Rapidamente arriva la disillusione, la frustrazione. Negli ultimi anni l'uso di sostanze è aumentato in diverse aree della produzione, soprattutto tra le ditte terze e durante il turno di notte. Il mercato per le rosse va alla grande, cresce la produzione e nell'arco di un paio d'anni la Ferrari prevede di estendere i tre turni su tutto lo stabilimento. Intanto aumenta la richiesta di lavoro straordinario. Mentre uno della mia generazione si è battuto e si batte per le otto ore, vedi dei ragazzi che fanno la fila per ottenere qualche ora di straordinario, al punto che i capi si permettono di discriminare, a te sì e a te no, dipende dalla dedizione; e così fanno vivere le ore di lavoro in più come una concessione benevola e non come un carico aggiuntivo di sfruttamento», dice sconsolato un operaio anziano che aggiunge: «Vedo ragazzi intimiditi a cui viene annullata la personalità, per loro il lavoro significa soltanto reddito. Allora capisci anche perché fanno gli straordinari o chiedono di lavorare di notte, per guadagnare e spendere di più. E si diffonde la droga con tutto quel che comporta, spaccio compreso».
La politica delle assunzioni massicce dal Mezzogiorno ha la conseguenza inevitabile di ridurre progressivamente il tasso di sindacalizzazione. E può anche succedere che la Fiom, l'organizzazione ampiamente maggioritaria in Ferrari, venga sconfitta a un referendum sulla turistica: «Vince chi punta tutto sui soldi, alla faccia della condizione lavorativa». (3/continua)
Como street parade 24 maggio 2008
2008/05/20,14:01

24MAGGIO2008
Dalle ore 14
Parcheggio Ippocastano-stazione fnm Como Borghi


A Como come a Varese, Lecco, Milano e in tutta Italia si sta gradualmente perdendo il contatto con la propria città, coi suoi limiti, le sue mancanze.
Lo si fa rinchiudendosi nella propria sfera personale, illudendosi di poter trovare rifugio e ispirazione nella TV e nella propria solitudine, oppure trasferendosi all'estero in cerca di nuovi stimoli.
A fronte di questo disagio ci sono invece giovani, comaschi e non, che invece di scappare o adattarsi cercano ogni giorno di organizzarsi ed esprimersi per arricchire e valorizzare la propria offerta culturale e quella della città in cui “sopravvivono”.
Ragazze e ragazzi che si troveranno in strada il 24 maggio, tutti insieme con le loro differenze, ma che giorno per giorno sul territorio si organizzano in modo indipendente e autonomo, senza sponsor ne profitto, per esprimere il proprio talento.

DJs, Sound System, Giocolieri, Teatranti, Artisti, Ragazze e Ragazzi si uniranno per dare vita alla prima StreetParade cittadina.
Si presenteranno uniti dall'esigenza di emergere e, perchè no, esondare.
Si uniranno per inondare la città di buona musica, balli sfrenati, arte, cultura, divertimento.
Come un'onda supereranno i muri materiali e mentali della cittadinanza e delle istituzioni, troppo prese dalle proprie faccende, tutti sordi davanti a tanta creatività; cureranno questa sordità, entreranno nelle case, da porte e finestre, cavalcando suoni e rumori.

Dimostreranno ai cittadini che sotto la superficie delle grandi mostre d'arte ufficiali, della musica tutta uguale, delle discoteche e dello svago predeterminato esistono profonde alternative culturali, fatte di tante piccole differenze e tante grandi correnti di pensiero, tutte unite da questa irrefrenabile voglia di emergere.

Questa energia, queste idee, questi progetti, questi sogni che ormai dentro di noi stanno stretti e non trovano Spazio nella città, strariperanno dalle nostre menti e si riverseranno in strada: l'unico posto ancora accessibile dove potersi esprimere liberamente.

Per questo siete tutti invitati a partecipare concretamente alla piena riuscita dell'evento, portando direttamente in strada quello che vi caratterizza, quello che avete da dire e per il quale non trovate Spazio, Mentale e Fisico.
La mancanza di spazi mentali è in stretta interdipendenza con la mancanza di luoghi fisici. Le nostre idee, per potersi formare, sviluppare e concretizzare, hanno bisogno di Spazio.




DESIDERARE nuove tipologie di spazi pubblici, dove il confronto nel rispetto reciproco sia la base della convivenza.

EMERGERE dall'omologazione, dall'appiattimento, dal soffocamento. Trovare respiro nelle proprie passioni e nelle proprie attitudini, nelle proprie idee e nei propri sogni è necessario per dare forza ai propri desideri

CREARE questi spazi, ottenerli, riempirli di attività diverse, nuove, stimolanti e critiche fa parte di questo desiderio

UNIRE gli utenti di questi spazi, cercarvi un confronto, una crescita collettiva. Unire le esigenze dei singoli per trovare soluzioni comuni e condivise fa parte di questo desiderio

RISPETTARE se stessi e gli altri è un dovere morale necessario per raggiungere la felicità collettiva

BALLARE tutti insieme in questo ed altri eventi per sprigionare le nostre energie positive e per sfogare la noia e il risentimento verso quella che ancora ci ostiniamo a chiamare società è la soluzione immediata al nostro disagio; ballare dà forza a questo desiderio

ASCOLTARE per avverare questo desiderio. Ascoltare le musiche diverse, imparare a riconoscerle, conoscerle, apprezzarle e rispettarle deve servirci per capire che la musica, come la vita reale, è piena di sfumature, differenze, peculiarità e particolarità che in modo complementare costituiscono la società.


PERCHE’ COMO NON E’ DEL SINDACO E DELLA SUA AMMINISTRAZIONE MA DI TUTTI I SUOI CITTADINI, COMPRESI NOI!!

NON CI SERVONO REPRESSIONI MA SPAZI DI AGGREGAZIONE!

QUINDI
VIENI ANCHE TU, PARTECIPA ALLA CONDIVISIONE ED AL RISPETTO NEL CONFRONTO, PORTA LE TUE IDEE E DAI VITA A NUOVE PROPOSTE!

 

Droghe in fabbrica (II puntata)
2008/05/18,11:33
inchiesta Sata di Melfi, dal «prato verde» alla tossicodipendenza
Un po' di coca e il turno se ne vola via
Nello stabilimento gioiello della Fiat si «tira» per reggere i ritmi del Tmc2. Ma la cocaina detta anche tutti i tempi della vita e permette un commercio che per molti consumatori si trasforma in un bel business
Loris Campetti
Melfi (Potenza)

All'inizio era il «prato verde», messi di grano a perdita d'occhio nella straordinaria piana di San Nicola. Il grano ha lasciato il posto allo stabilimento Fiat-Sata di Melfi e la collina che si arrampica verso il paese è ferita da una strada costruita tutta in sopraelevata. Quando venne inaugurata la fabbrica, nel '94, speranze di emancipazione e retorica postdemocristiana si mescolarono in una narrazione inedita in questa terra lucana: arriva il capitalismo serio, si può uscire da una povertà contadina dominata per decenni dal paternalismo di Emilio Colombo. Arriva l'industria, arriva il progresso. Il vecchio applaudiva al passaggio dei nuovi padrini: «Romito, salutateci Agnello», aveva scritto su un cartello ripreso da cento telecamere e alla Fiat veniva concesso tutto, dalla deroga al divieto del lavoro notturno per le donne a una rivisitata forma di gabbie salariali che condannavano i futuri operai a guadagnare meno dei loro compagni di Mirafiori e a lavorare di più.
«Prato verde» chiamarono lo stabilimento di San Nicola. Perché nasceva dal nulla (il grano, si sa, è nulla) e nell'assenza di memoria dell'industria e del conflitto. Ci sono voluti 10 anni esatti perché gli operai di Melfi esplodessero decretando la fine della pace sociale, per 21 giorni bloccarono i cancelli, ressero alle cariche della polizia e ruppero un isolamento che inutilmente, in tanti nella politica, nei media e persino nei sindacati avevano cercato di costruire intorno ai nuovi briganti in tuta blu. Vinsero, con il sostegno quasi solitario della Fiom, diventarono maggiorenni conquistando diritti che altri, in altre stagioni, avevano conquistato e che ora, tutti insieme, rischiano di perdere di nuovo.
Quasi 15 anni dopo la nascita, Melfi è uno degli stabilimenti di punta della Fiat. 5.300 dipendenti diretti, 10 mila con l'indotto. Gli operai arrivano a San Nicola ogni mattina, pomeriggio e notte da tutti i paesi della Basilicata, dal nord della Puglia e in parte dalla Campania. Ore e ore di pullman o di macchina, centinaia di incidenti stradali con tanti morti e feriti accumulati in 15 anni di pendolariato. Anche qui, come alla Sevel in Val di Sangro, lavora una classe operaia molto giovane che spesso non riesce a reggere i ritmi ossessivi della fabbrica modello, come testimonia un turnover molto alto. Anche qui, come alla Sevel, impazza la cocaina. Mentre ci lasciamo alle spalle la piana e il paese viaggiando verso Potenza, un delegato Fiom senza nome ci racconta la «normalita» del consumo e dello spaccio lungo le linee di montaggio - pardon, le Ute, un acronimo che sta per Unità produttive elementari che viaggiano sui ritmi della famigerata metrica Tmc2, responsabile di strappi, ernie, tunnel carpali, tendiniti. «La cocaina circola in fabbrica dall'inizio, ma solo da pochi anni ha assunto dimensioni di massa. Un carrellista che lavora nella mia Ute vende una quantità di dosi incredibili agli altri operai, ai capi, ai vigilanti che tirano da matti, alle donne. Lo spaccio è quotidiano come il consumo, ma il venerdì e prima delle vacanze il volume degli affari va alle stelle perché vengono acquistate le dosi per il sabato sera in discoteca, o per le ferie. Il mio amico carrellista prima di Natale ha tirato su 15 mila euro, in poco tempo si è fatto casa». Ci si droga anche dentro la fabbrica? «Gli operai - risponde - si fanno durante le pause, li riconosci perché riprendono il lavoro eccitati, tirano su col naso, è una specie di tic, e per una mezz'ora producono come pazzi, poi si danno una calmata. All'inizio sono solo consumatori saltuari, ma quando prendono il vizio si trasformano in piccoli spacciatori per pagarsi la dose. Le canne se le fanno direttamente sulla Ute: sentissi che profumo...».
Droga di sostegno
I prezzi della cocaina si aggirano tra i 70 e i 100 euro a grammo, i soliti 20-25 euro a quartino. Arriva soprattutto da Foggia portata dai soliti camionisti che riforniscono la fabbrica di pezzi, componenti e sogni di gloria, o di fuga che dir si voglia. «C'è anche qualcuno che si buca - continua il racconto del nostro amico delegato - e spesso viene aiutato dall'azienda a recarsi qualche periodo in comunità per tentare di disintossicarsi». Perché si drogano? «Anni di lavoro in questa fabbrica ti spompano. Il ritmo è stressante, i viaggi quotidiani per raggiungere o lasciare il lavoro fanno il resto e la vita nei paesi è banale, noiosa. C'è chi si fa per reggere lo stress, ma spesso le motivazioni sono altre: per stare bene con gli amici, per stare bene con la moglie o il marito. Molti si portano la coca a casa e fanno sniffare anche la moglie per scopare meglio». Vuol dire che con gli amici si sta male senza farsi? E che non si riesce a divertirsi in discoteca o a letto senza l'uso di cocaina? Il delegato scuote le spalle, e va avanti nel suo racconto. Insiste sul legame con il sesso: «Quando tirano, anche in fabbrica, non li ferma più nessuno. Qui si dice «inculare la formica» quando sei preso dal raptus e ti senti Rambo, e succede che il tuo compagno di lavoro, un po' per gioco e un po' no, venga a toccarti il culo, non avendo una donna a portata di mano». Tra i consumatori ci sono anche iscritti al sindacato? «Ce ne sono, ce ne sono. Anche delegati. Uno dell'Ugl è stato anche bastonato perché era in ritardo con il pagamento allo spacciatore. I delegati Fiom? Qualche spinello, quello tutti. Sì, qualcuno usa anche la cocaina. La maggior parte dei consumatori - cambia discorso - è sposato e ha figli». Qual è la percentuale dei cocainomani? «C'è chi dice il 40%, chi corregge la cifra al rialzo: uno su due».
Stress, noia, sesso, voglia di essere diverso anche se poi finisce che sei esattamente uguale a tutti gli altri tuoi coetanei. «Di notte c'è meno controllo ma si sniffa in tutti i turni. In questa fabbrica si può comprare fumo, coca, eroina ma anche perizoma, canottiere, elettrodomestici. Tutti sanno nessuno parla. Per paura, per convenienza, per quieto vivere». In realtà c'è chi parla: i blitz dell'antidroga fuori dai cancelli, sui piazzali dello stabilimento, finiscono spesso con arresti, dunque le spiate non mancano. Chi viene pizzicato con le mani nella farina viene spinto dall'azienda a dimettersi, oppure viene degradato e spostato in altre unità, «è successo recentemente a un quarto livello del montaggio». Dalla lotta vittoriosa dei 21 giorni, Michele è assessore di Rifondazione alle politiche sociali della provincia di Potenza, in distacco dalla Fiat di Melfi dove fa l'operaio: «Ho assistito personalmente - ci racconta - all'arresto di due operai sul pullman che ci riportava al paese dopo il turno di notte: sono saliti in tre, uno in borghese dalla porta davanti e due in divisa da quella posteriore per bloccare le uscite e sono andati a colpo sicuro mettendo le manette a due operai, direttamente sul pullman. Per fortuna quella volta non avevano roba con sé e sono stati rilasciati». In qualche caso, però, scatta il licenziamento ma sempre con motivazioni diverse: «Due ragazzi - ci racconta l'avvocato Lina Grosso che segue le cause di lavoro per la Fiom - sono stati licenziati per assenza ingiustificata, ma è noto che si trattava di due tossicodipendenti. Noi avviamo la procedura ma in questi casi la Fiat punta sempre a monetizzare, offrendo soldi a chi di soldi ha bisogno come il pane, pur di non arrivare a sentenza. Per noi è difficile convincere questi ragazzi a non accettare l'offerta, anche perché non abbiamo alcuna certezza di vincere la causa». E questo è uno dei tanti problemi a Melfi, dove le procedure d'urgenza (il 700 contro i licenziamenti) durano mesi e mesi e le sentenze, quando ci si arriva, rarissimamente sono a favore del sindacato. «C'è invece il caso di un altro operaio, dipendente da alcol, che l'azienda metteva regolarmente in postazioni per lui insostenibili. Una volta chiese di poter uscire per andare in ospedale perché stava male. Lo bloccarono più volte finché non riuscì a scappare determinando momenti di forte tensione. Fuggì in automobile dopo una colluttazione con due capi in stato confusionale ed ebbe un incidente d'auto. L'azienda l'ha licenziato e noi abbiamo fatto causa. Abbiamo perso in primo grado e siamo andati in appello, anche perché una perizia medica ha stabilito che non era in grado di intendere e di volere per cui non è stato condannato in sede penale. Dopo una seconda perizia che ha confermato la prima, la Fiat ha proposto la transazione, cioè la monetizzazione per non arrivare a sentenza. Il nostro assistito non ha accettato e ora aspettiamo il verdetto del giudice». Finalmente, all'inizio della settimana è avvenuta una cosa che ha ridato qualche speranza all'ufficio legale della Fiom: il giudice di melfi ha accolto il ricorso contro il licenziamento di un operaio Sata, Michele Passannante, «senza giusta causa», dopo l'apertura di un'inchiesta giudiziaria in cui è indagato per una presunta appartenenza all'area del terrorismo. Ora la Fiat dovrà riaprirgli le porte della fabbrica e pagargli gli stipendi arretrati.
Un'emergenza che dilaga
La Regione Basilicata si occupa della Fiat di Melfi dal giorno della sua apertura, e lo fa manifestando talvolta un certo grado di autonomia rispetto allo strapotere esercitato nel territorio dalla multinazionale torinese. Ha attivato incheste («magari la Procura fosse altrettanto attiva», ci dicono gli avvocati che difendono gli operai) sul mutamento della vita nei paesi in cui vivono i dipendenti Sata e dell'indotto, sugli infortuni stradali stradali legati al pendolarismo, sul mobbing. La Regione si è occupata anche di tossicodipenza in fabbrica. In particolare c'è un'inchiesta curata dall'equipe della Cooperativa Marcella sulla percezione delle droghe da parte dei lavoratori dell'area industriale di Melfi: «Tutti sono concordi nell'affermare che l'uso delle sostanze è gravemente nocivo per la salute», pur ritenendo che alcune, come le droghe leggere, possano aumentare la capacità lavorativa e insieme a quelle sintetiche migliorino la resistenza alla fatica, a differenza di alcol e psicofarmaci. In molti pensano che l'uso di droghe pesanti e sintetiche facciano correre rischi all'interessato e ai compagni di lavoro. Sono al corrente del consumo crescente di droghe in fabbrica, o per conoscenza diretta, o per lo spaccio evidente, le siringhe abbandonate, i furti, l'eccesso di assenze per malattia, qualche episodio di violenza. Solo il 21% degli intervistati esclude che nella sua azienda si consumino sostanze stupefacenti. Un dato allarmante su cui riflettere è segnalato da un intervistato su due: chi si fa si infortuna di più. Il 50% sostiene che chi si droga è «una persona normale».
L'altro dato che non deve sorprendere è che il consumatore «non si ritiene tossicodipendente» (44,9%). Per il 77,3% del campione, infine, «le imprese dovrebbero avere un programma di lotta contro la droga».
Qualche mese fa, nel terzo stabilimento meridionale della Fiat per importanza, quello di Cassino, fu realizzato un video con un operaio intervistato di spalle che raccontava il consumo di droga durante il turno di notte. Diceva molte verità, e proponeva qualche certezza di troppo e troppo politicamente corrette: ci si fa di cocaina solo per resistere a un lavoro altrimenti insopportabile. E' così, ma non è solo così. Ne parleremo nelle prossime puntate. Finora abbiamo indagato solo grandi fabbriche metalmeccaniche, anzi Fiat, perché è più facile stabilirvi relazioni e perché il tasso di vent'enni è altissimo. Non si creda però che si tratti di un fenomeno circoscritto a queste realtà. In tutti i settori dell'industria e dei servizi il consumo della cocaina è drammaticamente alto e crescente. Lo è nei lavori faticosi, come nell'edilizia, nei lavori ripetitivi, in quelli che prevedono il rapporto con il pubblico. Lo è soprattutto tra i giovani e i precari. C'è chi pensa che ci sia un rapporto tra la diffusione delle droghe e la riduzione dei conflitti sul lavoro. Ipotesi, naturalmente, tutte da verificare.
(2/continua)
Quanto tira la classe operaia (da Il Manifesto)
2008/05/15,08:46
Inchiesta
Quanto tira la classe operaia
La cocaina va a ruba nelle fabbriche tra i più giovani. Prima puntata
Alla Sevel in Val di Sangro un operaio su due consuma sostanze stupefacenti. Lo stesso avviene dove l'età media è molto bassa. Si sniffa per reggere «un lavoro e una vita di merda», perché così fan tutti, perché la fabbrica non è più una comunità. Lo spaccio, i furti, i blitz. La polvere bianca cambia il rapporto con il lavoro e il sindacato Al montaggio ci sono stati casi di ragazze che si prostituivano per pagarsi la dose. Adesso meno e solo quando finisce lo stipendio
Loris Campetti
Atessa (Chieti)

 «Il proletariato non è soltanto una classe che soffre... La vergognosa situazione economica nella quale si trova lo spinge irresistibilmente in avanti e lo incita a lottare per la sua emancipazione definitiva». Così scriveva nel 1840 Friedrich Engels nella sua magistrale «Indagine sulla condizione della classe operaia in Inghilterra». E' un'idea semplice quanto straordinaria quella di Engels e Marx, che ha mosso centinaia di milioni di uomini e donne in tutto il pianeta nel corso dei due secoli alle nostre spalle. Un'idea che ha cambiato il mondo, emancipando grandi masse da una condizione di miseria e subalternità attraverso la lotta di classe, il «motore della storia».
A che punto è la storia, 170 anni dopo l'indagine di Engels? Questa domanda ci è sorta spontanea al termine della nostra inchiesta sul consumo e la diffusione delle droghe nelle fabbriche italiane, e siamo andati a risfogliare i testi classici, memori delle operaie tessili di Manchester poco più che bambine, costrette ad avvelenarsi con «cherry, porto e caffè» per reggere un ritmo di lavoro disumano per 15-16 ore al giorno. Nel 2008 ci sono realtà industriali importanti in cui addirittura il 50% dei lavoratori si fa di cocaina e, in misura minore, di eroina e di ogni sostanza capace di rendere più tollerabile una «vita di merda», o meglio, di far sognare un'improbabile fuga da essa. Di merda è il lavoro così come la normalità delle relazioni in paesi privi di vita sociale, che concedono ben poco alle speranze di futuro e di cambiamento, ci raccontano le tute blu. Ci si fa per lavorare, per sballare, per fare l'amore. Ci si fa alla catena di montaggio, in discoteca con gli amici, a letto con la moglie per migliorare le prestazioni sessuali; poi arriva la dipendenza e con essa lo spaccio per pagarsi la dose. Operai e operaie, capi e sorveglianti, adescati in fabbrica da altri operai: una «pista» nei cessi della fabbrica tanto per provare, l'esaltazione e il cuore che batte a mille, l'adrenalina che all'inizio fa persino aumentare la produzione, infine la consuetudine. Si lavora di notte per guadagnare trecento euro in più, 1.400 invece di 1.100 euro buoni per affrontare l'astinenza e la crisi della quarta settimana. La notte ci sono meno controlli, «tu fai i picchi di produzione e i capi non ti rompono il cazzo». Qualche ragazza può persino arrivare a prostituirsi per pagarsi la dose, per fortuna casi sporadici.
Dall'officina al muretto
Dalla fabbrica la droga arriva nei paesi di provenienza dei lavoratori in una spirale perversa di cui, oltre alle forze dell'ordine, si occupano in pochi: operatori sociali, Ser.T, qualche livello istituzionale. Le aziende nascondono finché possono il fenomeno per salvare la faccia; quando un caso esplode, magari dopo l'ennesimo blitz dei carabinieri, scelgono la repressione attraverso il licenziamento o le «dimissioni spontanee», a volte aiutano il recupero dei tossicodipendenti. I sindacati, anch'essi, rimuovono, cosa che non riescono più a fare i delegati il cui impegno rischia di cambiare natura, assorbito dal lavoro di aiuto ai ragazzi finiti nella spirale. Ragazzi - anche iscritti al sindacato, persino delegati - che non vivono, se non molto parzialmente, il lavoro come emancipazione, come veicolo per costruirsi un futuro, ma come pura fonte di introito per continuare a sniffare coca o a iniettarsi eroina, oppure a fumarla «come fa un gruppo di ragazze del mio turno», dice Arturo che da anni prova a disintossicarsi e ci ricade ogni volta, nonostante il suo appuntamento quotidiano al Ser.T di Pescara. Lui dal sindacato (è iscritto alla Fiom) si aspetta «solo un aiuto per difendermi dai capi che mi ricattano, mi perseguitano, mi danno giorni e giorni di sospensione per poi tenerli nel cassetto e tirarli fuori ogni volta che provo ad alzare la testa». Arturo alterna lavoro in fabbrica, assenze per malattia e molto d'altro per tirare avanti. Ha abbandonato l'università in seguito a un grande trauma, il terremoto al suo paese, San Giuliano di Puglia, e ha cominciato a farsi.
Abbiamo iniziato il nostro viaggio alla Sevel di Atessa, Val di Sangro, Abruzzo. Assegneremo nomi di fantasia a molti interlucutori, ragazzi e ragazze che usano sostanze stupefacenti, delegati sindacali che chiedono l'anonimato, operatori delle forze dell'ordine impegnati nell'antidroga. La Sevel è la principale fabbrica italiana della Fiat per numero di addetti dopo Mirafiori. Vi si costruiscono i furgoni Ducato per la multinazionale torinese e per la francese Psa (Peugeot e Cytroen), un prodotto che non sta risentendo della crisi internazionale dell'automobile. Dalla nascita, nel 1980, la Sevel ha progressivamente aumentato la sua capacità produttiva e oggi dà lavoro a 6.500 persone sui tre turni, mattino, pomeriggio, notte, a cui si aggiungono quasi duemila operai di ditte esterne che operano nel perimetro dello stabilimento e migliaia di addetti dell'indotto. Solo in Val di Sangro sono 10 mila le famiglie che vivono di Sevel, tra i 10 e i 15 milioni di euro al mese che rappresentano la principale fonte di reddito della valle. Inutile dire che al peso economico dell'azienda si aggiunge quello politico. Una situazione per molti aspetti analoga a quella determinatasi in Basilicata con l'arrivo della Fiat-Sata. L'azienda procede con assunzioni massicce - ci racconta la nostra guida, il delegato Fiom Antonio Di Tonno - grandi infornate di ragazzi e ragazze diciottenni selezionati alla bell'e meglio. Il bacino primario ormai non è più sufficiente a soddisfare la domanda Fiat e sono sempre più numerose le assunzioni effettuate in tutto il Chietino, il Pescarese, il Molise, la Puglia, la Campania. Età media bassissima, alto turnover perché qui «si fatica sodo»: «I giovani vivono in modo estraniante il rapporto con la fabbrica e il sindacato, per non parlare della politica. Pensano al pallone, alla pizza, alla discoteca. E alla cocaina. C'è chi fa di tutto per non farsi confermare al termine del periodo di prova, così da poter dire ai genitori: "io ho provato, non è colpa mia se non mi hanno preso". Vuoi per questo atteggiamento, vuoi per una diffusione della droga fuori controllo, adesso la Sevel sta assumendo persone un po' più grandi, tra i 25 e i 28 anni». Tanto i delegati quanto un ufficiale dell'antidroga che in fabbrica è di casa, con blitz notturni alla ricerca quasi sempre fruttuosa di sostanze, valutano che un dipendente su due sia coinvolto con maggiore o minore frequenza e dipendenza nel giro della cocaina. Fino a poco tempo fa, dosi massicce di droga venivano trovate negli armadietti degli operai. Ci raccontano di sequestri di molte dosi di coca, di eroina e mattoni fino a un chilo di peso di hashish. In tanti sono stati beccati, ora tutti si sono fatti più accorti.
Il silenzio è d'oro
Non sempre i rapporti delle forze dell'ordine con la sicurezza aziendale sono idilliaci, così ai blitz interni allo stabilimento si aggiungono quelli fuori, a colpo sicuro. Perché tossici e spacciatori sono ricattabili, ed è da loro che arrivano le soffiate a Ps e Cc. E all'azienda, che talvolta utilizza le spiate per poi compromettere gli spioni facendo a sua volta spiate ai i loro compagni di lavoro. Ci sono stati arresti, ma tutto resta sotto traccia, e la stampa, anche quella locale, tace. La Procura si muove con i piedi di piombo, a volte neanche sostiene il lavoro dei Pm che autorizzano l'utilizzo delle cimici nel tentativo di arginare il fenomeno. «In fabbrica - dice Antonio - è saltato l'ordine. E l'azienda, dopo aver lavorato con costanza a neutralizzare il sindacato, ora lamenta la mancanza di un'interlocuzione con noi, nel senso che non siamo più un interlocutore forte di una conoscenza approfondita della fabbrica, degli operai, dei problemi».
Questi giovani operai e operaie sono completamente diversi dalla classe operaia che conosciamo e raccontiamo. I «vecchi» con vent'anni e più di servizio in Sevel, sono furiosi con le nuove generazioni in tuta blu: «Se le cercano, non vogliono fare un cazzo, ti contattano solo per farsi spostare in postazioni migliori. Sono individualisti e non ci rispettano, la droga li ha svuotati dentro. Invece del lavoro - dicono - hanno in testa la cocaina». Su una cosa vecchi e giovani sembrerebbero uniti: votano in maggioranza a destra, per Fini e Berlusconi, o non votano, anche molti di quelli che avevano investito sul governo Prodi e sono rimasti delusi. Anche qualche iscritto ai sindacati, persino un po' di delegati possono votare a destra: «Con la tessera difendono il salario dal padrone, con il voto a destra lo difendono dallo stato che ci massacra con le tasse». «La fabbrica è diventato un supermercato, si vende di tutto: puoi acquistare un motore Alfa, un paracarro, uno stereo, ogni tipo di droga proveniente soprattutto da Napoli attraverso i camionisti che portano in fabbrica componenti e materiale necessario alla produzione dei furgoni. La roba finisce in mano agli spacciatori interni e, di mano in mano, raggiunge tutti i reparti, poi esce dalla fabbrica e arriva nei paesi dove tutti consumano droghe leggere e tanti, forse addirittura l'80%, si fanno di coca, dai 14 ai 40 anni», racconta un addetto alla repressione esterna e ci confermano i ragazzi con cui parliamo, nonché il segretario della Fiom abruzzese, Marco Di Rocco: «Una piaga sociale».
Ma il processo di trasformazione culturale riguarda innanzitutto la fabbrica: ci si fa sulla linea di montaggio, si sniffa nelle pause vicino all'armadietto e al cesso ci si buca. Qualche volta, ci dice un ufficiale, «sono stati beccati dei ragazzi esaltati che facevano l'amore dentro i furgoni che costruiscono». I furti negli armadietti non si contano, «riescono a svuotarne così tanti perché operano in squadre organizzate», ci dice un altro delegato. Ma spariscono anche i sifoni dei bagni, gli specchi. «Tutto per quattro soldi, per un quartino». Il quartino è una dose da un quarto di grammo di coca, con una ventina di euro te la porti a casa o alla catena. Il suo prezzo, da Napoli ad Atessa, può anche triplicare.
Ricatti e minacce
Perché lo fanno? «Perché sono uguali ai loro coetanei che studiano o vivacchiano in paese. Qualcuno - ci dice chi si occupa di droga nel territorio di Lanciano - all'inizio tira coca per reggere un lavoro molto pesante, ma non è questa la motivazione prevalente. Lo fanno soprattutto la notte perché la sorveglianza è minore. E se chi spaccia è ricattabile, i sorveglianti interni non hanno strumenti per intervenire e vengono minacciati». Giulietta e Romeo sono due operai in trattamento da qualche anno al Ser.T. Eroinomani, ora vivono con la loro dose quotidiana di metadone e giurano di esserne fuori. Giulietta ha ereditato un'epatite C dal tempo in cui si bucava, è stata trasferita dalla linea a un posto più umano solo dopo quattro svenimenti. Ora lavora in verniciatura, che non è l'ideale per chi ha il fegato compromesso. Il nostro delegato Fiom si impegna di fronte a noi ad aiutarla a farsi trasferire in un posto compatibile con il suo stato di salute. Questo fanno i delegati, spesso chiamati a «dare una mano» con i capi, per ottenere turni o postazioni migliori: «Mi arrivano in casa - dice Antonio - i genitori di ragazzi finiti nella spirale. Chiedono aiuto». Molti sono giovani con contratti atipici. Si subisce il turno di notte perché sei precario e ricattabile, o lo si sceglie per guadagnare 300 euro in più, o perché «ci si può drogare senza troppe rotture di coglioni». I «pipistrelli» spesso vivono la notte come un «regalo», e lavorano a testa bassa per difenderlo.
Il Ser.T di Lanciano ha 220 utenti, la metà sono operai Sevel. «Non ci si fa per reggere la fatica. Molti arrivano in fabbrica già legati alla coca o all'eroina. All'inizio può darti un po' di carica, se la controlli ti aiuta ma se ne fai un uso eccessivo non riesci più a lavorare. Il fisico regge meglio l'eroina - sostiene Romeo - che dà assuefazione solo psicologica. Con l'ero e poi passando al metadone riesci a fare la tua vita. Con la coca è peggio, 30 euro al giorno per la dose è tutto quello che cerchi. Si sente dire che al montaggio c'è stato qualche caso di ragazze che si prostituivano per tirar su i soldi». Questo è un tabù, anche chi è disposto a raccontarti tutto finge di non sapere, di non aver capito la domanda. Si sa «ma non si dice, sono solo voci che corrono». Corrono in fretta. Ripeti la domanda e allora la risposta è obbligata: «Una volta succedeva, adesso meno e solo a fine mese quando lo stipendio è finito». Rimozione o pudore? Forse entrambe le cose. Giulietta dice di dover ringraziare un capo che l'ha aiutata quando era ridotta molto male e pesava 38 chili: «Ero arrivata a consumare anche 80 euro al giorno per l'eroina, e a quel punto non ti resta che spacciare», se di prostituirti non vuoi sentir parlare. Che cos'è il lavoro per questi ragazzi? Per Romeo «è la cosa principale, mi dà un senso, un'identità» e invece per Giulietta «non è possibile identificarsi con questo lavoro. Se potessi me ne andrei domani. Ma non in un'altra fabbrica, tutto sommato la Sevel è il miglior posto di lavoro in zona. Vorrei fare altro nella vita». E il sindacato? «Ho un buon rapporto, è importante il sindacato. Però - ammette Romeo - raramente partecipo agli scioperi». E Giulietta: «Io non ho rapporti, i miei delegati sono pappa e ciccia col padrone. Solo la Fiom si salva. Però agli scioperi aderisco, almeno a quelli di otto ore così mi risparmio la fatica di andare in fabbrica». Perché vi fate? «Prova tu a vivere in questi paesi, poi lo capisci e ti fai anche tu». Non ha dubbi Giulietta. Ora riesce a vivere decentemente insieme al suo compagno. «Ormai siamo fuori. Ma non dal metadone, quello te lo porti dietro tutta la vita». Romeo non ha rinunciato all'idea di liberarsi anche del metadone, «una volta ci ho provato, forse proverò ancora». Sono due utenti modello, da cinque anni non si bucano e riescono a farsi le vacanze fuori: prima però passano al Ser.T, si portano le dosi quotidiane e poi via, alla ricerca di una vita normale. Con chiunque parli ti senti ripetere che con la cocaina non c'è problema, «puoi smettere quando vuoi». Fatto sta che non smettono. In pochi ammettono di essere tossicodipendenti. Lo raccontano a noi o a se stessi?
La crisi della comunità
L'impressione che si trae da questo primo giro è che la «diversità» operaia sia finita, i giovani in tuta sono uguali a quelli senza perché la fabbrica non è più una comunità, un luogo identitario, di aggregazione. Si condivide una stessa condizione di lavoro ma è più facile mettersi insieme per sniffare che per lottare contro il padrone. La fabbrica è sempre più un luogo di transito per i giovani. E un luogo di consumo, di spaccio. (1/continua)
RESISTENZA ANTIPROIBIZIONISTA! CANAPISA STREETPARADE
2008/05/14,10:32

 
Per l'ottavo anno il carnevale antipro si appresta a invadere il centro di Pisa
Vi aspettiamo il 31 maggio con meeting point in P.zza SanAntonio(zona stazione)
alle ore 17:00
 
 IN MOVIMENTO VERSO CANAPISA08
 << EVENTI MAGGIO >>
 

>>Giovedi 15 maggio

CIRCOLO TERRITORIALE DI MONTEMAGNO IN MOVIMENTO VERSO CANAPISA08

VIA B.BUOZZI N. 3 ANGOLO - VIA S.PIERO CALCI (PISA)


CENA BENEFIT..ORE 20.30

PROIEZIONI VIDEO ANTIPROIBIZIONISTE..ORE 22.00

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>>Giovedi 22 maggio

 Università di Pisa

presso Polo didattico Carmignani

(Piazza dei Cavalieri-davanti la Fascetti-dietro la Normale)

Conferenza

*ALLE RADICI DEL PROIBIZIONISMO*

Programma
Ore 17.30 Presentazione   dell’Osservatorio Antiproibizionista

Ore 18 DIBATTITO

Con Peter Cohen* (sociologo dell’Università di Amsterdam)

e Guido Blumir (sociologo dell’Università di Torino)
Conduce Nunzio Santalucia

A seguire aperitivo buffet e proiezioni video

*La cultura del bando della cannabis.

Da Fuoriluogo, di Peter Cohen - 27 aprile 2008

Versione integrale: http://www.fuoriluogo.it/home/archivio/arretrati/2008/aprile/la_cultura_del_bando_della_cannabis

 PER ADESIONI CONTATTATE                                  canapisa@inventati.org
per maggiori informazioni      www.osservatorioantipro.org
 
Ancora sulla MMM dal manifesto
2008/05/06,08:47
Roma, movimento a sorpresa
A pochi giorni dalla vittoria di Alemanno, in decine di migliaia sfilano per la Million marijuana march. E urlano: «Questa è una città sicura»
Angelo Mastrandrea
Andrea Tornago
Roma

Non se lo aspettava nessuno, nemmeno gli organizzatori. Che a meno di una settimana dalla consegna delle chiavi del Campidoglio alla destra più di cinquantamila giovani e giovanissimi comparissero in piazza così, come sbucati dal nulla, per rivendicare la propria alterità e una propria idea di città opposta a quella della «tolleranza zero» promessa dal neosindaco di An. «Roma è una città sicura», seguito a ruota da «Alemanno non è il nostro sindaco», gli slogan più gettonati tra una canna e l'altra, un sorso di vino o di birra, il reggae di un sound system e la techno di quello successivo. Li avesse visti, il sindaco, chissà cosa avrebbe pensato.
Il pretesto? La «Million marijuana march», tradizionale appuntamento internazionale che da otto anni fa tappa anche a Roma il primo sabato di maggio. Quest'anno l'occasione era ghiotta: la vittoria di Alemanno che manda in allarme centri sociali e case occupate, il padre della legge liberticida sulle droghe Gianfranco Fini alla presidenza della Camera e il ritorno dello spauracchio Berlusconi. Eppure di quello che si andava organizzando si sono accorti in pochissimi: non i mezzi di informazione, tutti senza eccezione alcuna, non i partiti della sinistra impegnati a raccogliere i cocci della disfatta elettorale. E così sotto un sole già semiestivo si sono ritrovati in tantissimi, molto più che negli anni passati.
Per chi è abituato a seguire i cortei di «movimento», colpisce che non sfili nemmeno un politico, nemmeno della sinistra ormai extraparlamentare. Ed è la prima novità. La seconda è la quasi totale assenza di bandiere di partito, tranne qualche bandiera rossa e qualcun'altra di Rifondazione. Vanno per la maggiore, se mai, i simboli dell'anarchia. La terza novità è che si tratta di una manifestazione profondamente politica e non meramente antiproibizionista. Alessandro «Mefisto» Buccolieri è uno degli storici esponenti del movimento romano. «Quella che vedi è la Roma antifascista, libertaria e democratica. Che esiste anche se ha vinto Alemanno e se viene oscurata dai media. Vedi quanta gente? È qui perché è cominciata una nuova fase, quella della resistenza», dice.
Il leit motiv del corteo è quello della sicurezza, già a partire dallo striscione di apertura che declina il tema in modo molto diverso dalla vulgata comune. «Sicuri da morire», c'è scritto, e a portarlo sono gli amici di Aldo Bianzino, morto misteriosamente in carcere a Perugia dove era stato portato per qualche piantina di marijuana, nel novembre scorso.
Come spesso accade per questo tipo di street parade, ad aggregare è soprattutto il piano estetico-musicale. E così, migliaia di liceali che sanno a malapena cos'è la legge Fini-Giovanardi sfilano trascinati dall'aria della festa, per il gusto di contrastare un divieto che percepiscono semplicemente assurdo. E forse più simile agli assurdi divieti che subiscono ogni giorno tra i banchi di scuola o in famiglia piuttosto che nei centri sociali o nei collettivi. È un corteo politico che non vuol prendere la parola nel politico.
Mentre via Cavour in tutta la sua lunghezza è ormai stracolma di gente che balla e cammina dietro i camion i turisti e i passanti si fermano a lato e sorridono. Alcuni non riescono a credere a tutta quella marijuana e si affrettano a sfoderare la macchina fotografica. Due turiste olandesi che incontrano il corteo per caso si sentono a casa e si uniscono sfilando a piedi scalzi, tra gli applausi della gente. Arrivati all'incrocio tra via Cavour e i Fori Imperiali, tre giovani mascherati da Berlusconi, Fini e Giovanardi inscenano un rogo di testi antiproibizionisti.
Il confronto con il corteo del 25 aprile sorge spontaneo. «Nuove resistenze» è la frase lanciata dal camion che porta lo striscione «Resistenza psicoattiva», e sembra un rimprovero alla festa della Liberazione che appena una settimana fa a Roma, dopo la vittoria della destra alle politiche e sul filo del ballottaggio al comune, aveva raccolto meno gente e soprattutto non aveva la stessa forza. La marijuana tira. Ma non è solo una questione di fumo, e forse la sinistra extraparlamentare dovrebbe guardare con preoccupazione un corteo così imponente, spontaneo, «desiderante», che non la riguarda.
Migliaia alla Million Marijuana March 2008
2008/05/05,09:49

Sabato 5 Maggio 2008, a pochi giorni dalla sentenza delle sezioni riunite della cassazione che ribadisce l'essere reato della coltivazione anche di una sola pianta, si è tenuta a Roma la VIII edizione della MMM.
Nonostante l'oscurantismo massmediatico e la disattenzione della Politica decine di migliaia di antiproibizionisti più e meno giovani sono scesi in strada a chiedere ancora una volta la fine del proibizionismo, la fine della persecuzione per i consumatori, la liberazione di una pianta parte del patrimonio botanico di questo maledetto paese.
di seguito l'articolo su liberazione di Domenica:

A Roma la tappa italiana della Million marijuana march, evento in
contemporanea con altre 237 città
E' un fiume di antiproibizionisti
il primo corteo nell'era Alemanno

Checchino Antonini
Dedicata ad Aldo Bianzino, l'ebanista poco più che quarantenne arrestato per
qualche pianta di marijuana che aveva seminato nel suo casale in Umbria e
morto il giorno dopo in galera per cause ancora da chiarire. L'ottava volta
in Italia della Million marijuana march scende da piazza della Repubblica
col suo carico di decibel techno e reggae e migliaia di persone, perlopiù
giovani e giovanissimi di diverse città tenuti insieme da tre parole
d'ordine condivise, nello stesso momento, da persone simili in altre 237
città di tutto il mondo: fine delle persecuzioni per i consumatori; diritto
all'uso terapeutico della Cannabis; diritto a coltivare liberamente una
pianta che è parte del patrimonio botanico del pianeta. All'arrivo, qualche
ora dopo, alla Bocca della Verità, i promotori contano di superare le 35mila
presenze dello scorso anno.
E' dal '99 che l'idea di Dana Beal, reduce del Vietnam, attivo dal '66 per
la legalizzazione dell'erba e fondatore di Cures not wars (Cure non guerre)
è diventata un evento planetario nato per contrastare le retate di massa di
consumatori newyorkesi da parte di un «sindaco fascista, Rudolph Giuliani»,
così lo definiva Beal.
E Roma, un sindaco fascista ce l'ha davvero. E questa è la prima
manifestazione dalla sua elezione. Gli accordi per l'occupazione di suolo
pubblico, spiegano gli organizzatori, erano già stati presi. «D'ora in poi,
probabilmente, si dovrà pagare per avere le autorizzazioni dal Campidoglio e
manifestare sarà uno status symbol», spiega Mefisto, il coordinatore
italiano dell'evento, 48 anni, romano, postelegrafonico. Ma anche prima di
Alemanno, tre leggi proibizioniste a vario titolo (Bossi-Fini,
Fini-Giovanardi e Cirielli) hanno incrementato gli arresti di mille al mese.
E dopo una serie di sentenze contrastanti, la Cassazione, a sezioni riunite,
ha appena vietato la coltivazione domestica anche di una sola pianta. E
funzionerà da ulteriore moltiplicatore di galera. Anche per chi adopera
marijuana per curare decine di patologie (epilessia, sclerosi, Hiv,
glaucoma, Parkinson ecc...): «Può sostituire ben più nocivi farmaci da banco
e per questo infastidisce l'industria farmaceutica», spiega Alessandra
Viazzi, 36 anni, presidente di Pic, associazione di "pazienti impazienti".
E' possibile, ma molto costoso e lungo, importare erba in barattolo
dall'Olanda con un giro vizioso di carte tra medici di base, farmacie
territoriali e ministero. «Se va bene ci mette 3 mesi, ma spesso è così
lenta che scade l'autorizzazione». L'ideale sarebbero i "Cannabis social
club", per la coltivazione diretta e la vendita ai soci maggiorenni senza
scopo di lucro, come avviene in Belgio, Svizzera, Spagna.
Chi invece il proibizionismo lo ringrazia sono i trafficanti di eroina,
tornata in auge con la Fini-Giovanardi, e quelli di coca, mai così popolare.
«I pischelli che fanno business preferiscono rischiare con sostanze più
redditizie dell'erba», va avanti Mefisto mentre tre maschere di Fini,
Giovanardi e Berlsuconi bruciano libri sulla cannabis all'incrocio tra i
Fori Imperiali e via Cavour. Ogni riferimento al fascismo è puramente
voluto. La parola più diffusa sui da-tse-bao che spiccano dai camion è
resistenza, sebbene nella sua accezione psicoattiva. Altri striscioni
salutano Albert Hofmann, scienziato, scopritore dell'Lsd, morto a 102 anni
quattro giorni fa.
E' l'abuso di proibizionismo ad uccidere, non le sostanze. Per questo la
dedica a Bianzino (l'anno prima fu per Federico Aldrovandi, e prima ancora
per Giuseppe Ales), per far marciare una narrazione alternativa a quella
sicuritaria e autoritaria dominante: sicuri sì, ma da morire. Prossimo
appuntamento il 31 maggio per CanaPisa nella città toscana dove il sindaco
Pd appena eletto vuole sgomberare il centro sociale Rebeldia e le 24
associazioni che ospita per fare posto a un parcheggio di bus dal sinistro
nome: Cpt. La tradizionale street parade di Bologna, invece, non si farà. Lì
c'è da tempo, un Alemanno di "sinistra".

 
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