MUOVITI VELOCE... IL PROIBIZIONISMO E' SULLE TUE TRACCE
a cura di M.D.M.A. Roma
al Forte Prenestino dal pranzo al tramonto:
Abbiamo deciso di festeggiare la semina quest'anno dedicando la giornata ai liberi coltivatori d'Italia.
Sono sempre di più, infatti, coloro che volendosi tenere lontani da proibizionismo e, soprattutto, dalle narcomafie decidono di autocoltivarsi la propria pianta e di godere dei frutti della propria fatica.
Ci chiamano "esercito di coltivatori", come recitava un allarmato servizio di "repubblica" di pochi mesi fa da cui si evinceva che, specialmente al sud, è diffusissima la pratica della produzione in proprio della marijuana.
Ovviamente i dati sono quelli della polizia e hanno origine dalla stima della sostanza sequestrata come una parte minima di quella effettivamente circolante.
Si pensa così che a fronte di qualche centinaio di coltivatori denunciati siano, in realtà migliaia quelli in azione così come a fronte di più di un milione di piante sequestrate solo nel 2007 siano in realtà almeno un numero 5 volte superiore quelle non intercettate.
Si stima che siano ormai circa 10 milioni i consumatori di cannabis in Italia, tra questi il 25% dei giovani tra i 18 e 35 anni (uno su quattro).
Appare evidente come il proibizionismo stia fallendo. Come le leggi iperpunizioniste come la Fini-Giovanardi siano un inutile accanimento nei confronti dei consumatori, come l'unica volontà dello stato sia quella di sorvegliare e punire: negli anni che vanno dal 1993 al 2006 più di 500000 persone, in gran parte giovanissimi, sono state segnalate come consumatrici di sostanze stupefacenti.
Sappiamo benissimo, ovviamente, che tra i coltivatori ve ne è una parte importante che lo fa a scopo di lucro. Si calcola che in questo regime proibizionistico una pianta arrivi a fruttare anche 1000 euro ed è facilmente comprensibile che a qualcuno questa appaia come una delle soluzioni più facili per fare soldi presto e senza far male a nessuno (anche se vanno inclusi nel discorso mafiosi e bastardi senza scrupoli che puntano a massimizzare la produzione gonfiando le piante di veleni e concimi...già sentito, non vi pare?).
Comunque non è certamente a questo genere di coltivatori che va la nostra giornata, ma a figure come quella di Aldo Bianzino, falegname quarantenne che viveva in Umbria e che arrestato per poche piante non ha fatto più ritorno a casa, o ad Alberto e Giuseppe, giovani coltivatori suicidatisi per la gogna penale e mediatica a cui sono stati sottoposti per il possesso di pochi germogli di erba.
A loro e a tutte le vittime di proibizionismo dedichiamo una giornata di lotta, di condivisione, di scambio di informazioni e tecniche affinchè i coltivatori possano affinarsi e moltiplicarsi.
Contro ogni proibizionismo.
Contro le narcomafie.
Giusto o sbagliato non può essere reato
Giusto o sbagliato...ormai ho seminato
APPELLO
Il fallimento del proibizionismo è sotto gli occhi di
tutti.
L'assunzione di sostanze che modificano la coscienza è un fatto
che accomuna gli esseri umani di tutti tempi, luoghi e culture.
Nel corso
del tempo, per alcune di queste sostanze ne è stato proibito l'uso, dando vita
a tutta una serie conflitti ai quali i governi hanno risposto con sempre
maggiore repressione. Nasce così il problema droga. Sono state promulgate leggi
e istituiti imponenti apparati repressivi, per affrontare la questione a
livello globale, che hanno dichiarato la "guerra alla droga". Una persecuzione
infame, fatta di incursioni militari, uccisioni, perquisizioni, fermi, arresti,
blitz, lancio di diserbanti chimici su intere popolazioni, che è bene
ricordare, ha fatto nascere un reato la dove non ci sono vittime, costringendo
alla clandestinità milioni di esseri umani.
Mai nessuna legge ha prodotto
nella storia del genere umano una quantità tale di sofferenze. Definibile come
la terza guerra mondiale, perché combattuta su fronti sparsi nell'intero
pianeta, questa strategia planetaria conta ormai miglia di vittime e continua ad
infliggere lacrime e sangue ad un numero sempre maggiore di esseri umani magari
solo per aver coltivato una pianta. Queste politiche di fatto hanno creato il
mercato nero delle sostanze illecite, un mercato totalmente libero nel quale è
possibile avere enormi profitti, e paradossalmente, nonostante i loro continui
fallimenti nel ridurre il volume dei traffici e i livelli di consumo delle
droghe, queste strategie non sono mai state messe seriamente in discussione,
anzi sono state potenziate e rafforzate negli aspetti più repressivi, arrivando
ad essere la principale causa di carcerazione mondiale. In nome di un astratto
ideale di Società libera dalle droghe, ingenti risorse statali sono finite nella
casse di apparati repressivi creati ad ok, che hanno messo in campo le loro
politiche di Tolleranza Zero ed hanno contribuito, non di certo ostacolato, al
rafforzamento delle criminalità organizzate, alla diffusione delle sostanze
stesse e dei modi più rischiosi di assumerle.
In un regime proibizionista i
rischi connessi al consumo di sostanze crescono vertiginosamente e vanno ben
oltre ai rischi connessi alla sostanza in sé, per esempio: impossibilità di
sapere la concentrazione reale della sostanza che si crede di assumere ed il
tipo stesso di sostanze con le quali è stata tagliata. Molti non pensano al
fatto che la merce droga è una Merce Speciale, non una merce come tutte le
altre, perché se un'automobile è sempre un'automobile, una pistola sempre una
pistola, dal produttore fino ad arrivare al consumatore, un chilo di eroina,
grazie alla magia del proibizionismo, dall'Afganistan all'Italia diventano venti
chili.
Oggi, in Italia, questa ipocrita battaglia è condotta da una delle
normative mondiali più dure in materia, dalla legge Fini Giovanardi sulle
sostanze stupefacenti, con la quale tutte le sostanze sono state messe sullo
stesso piano e i timidi tentativi di un'azione di riduzione dei danni, resi già
difficili dalla precedente legge in materia (legge Iervolino-Vassalli), sono
stati letteralmente travolti da un'azione repressiva totale. Le conseguenze sono
state la maggiore diffusione di sostanze pesanti e la trasformazione di una
questione culturale, politica e sociale in una questione esclusivamente medica e
penale.
Questo appello ha l'obiettivo non solo di far riflettere su
una situazione che diventa giorno per giorno sempre più insostenibile, di un
proibizionismo che va ad alimentare piuttosto che a risolvere le problematiche
che ufficialmente dichiara di voler contrastare, ma anche quello di costruire
una rete sociale capace di mettere in piedi un percorso concreto, fatto di
sperimentazioni pratiche, che produca un avanzamento in materia . E' sempre più
urgente un'opposizione sociale che si organizzi e che faccia sentire le sue
ragioni e la sua voce al fine di fondare un'alternativa concreta ad un tale
stato di cose.
Il superamento del proibizionismo non solo è possibile ma è
diventato indispensabile.
Crediamo fermamente che una riflessione sincera
di tutti, insieme alla sperimentazione di pratiche di riduzione del danno,
ispirate ad una cultura del consumo critico e consapevole, fondate
sull'informazione, possano concretamente superare le problematiche attuali
connesse al consumo di sostanze ed evitare tanti morti, principalmente causate
dalla clandestinità in cui il proibizionismo costringe ad agire.
Non c'è mai
stata questa possibilità, ad un rischio ipotetico provenienti da un eventuale
legalizzazione, sono stati preferiti fallimenti concreti e tangibili e le
immani sofferenze causate dalla repressione.
Qualcuno sta giocando con le
nostre vite e sta facendo soldi sulla nostra pelle.
Se è in ballo la nostra
libertà e la nostra stessa esistenza, allora dobbiamo essere noi a condurre le
danze, dobbiamo lottare affinché il diritto all'autodeterminazione non rimanga
lettera morta.
Né malati, né criminali, ma gioiosamente
illegali.
Autoproduzione unica soluzione.
CANAPISA 2008 -
MANIFESTAZIONE ANTIPROIBIZIONISTA
SABATO 31 MAGGIO - PISA
Dedicata ad
Aldo Bianzino.
per adesione e partecipazione e-mail: canapisa@inventati.org
LONDRA - Paranoia, attacchi di panico, ansia,
apatia, aumento di peso e assoluta mancanza di concentrazione anche per
fare le cose più semplici. Sono le conseguenze di un «esperimento»
messo in atto da Nicky Taylor: fumare marijuana una volta al giorno per
un mese intero. Il tutto filmato in un documentario della Bbc.
L'inglese, madre di tre figli, si è anche fatta iniettare
tetraidrocannabinolo (thc), il principio attivo della marijuana, per
vedere gli effetti di una dose massiccia assunta tutta insieme.
L'esperimento della Taylor prende spunto da un altro documentario, Super Size Me,
in cui l'americano Morgan Spurlock mangiava per un mese intero tre
volte al giorno solo da McDonald's con il risultato di ingrassare di
undici chili e riportare gravi danni a livello epatico.

Nicky Taylor (da Bbc.co.uk)
SKUNK - Sin dalla prima canna fatta con lo skunk, la variante più potente di cannabis che si fuma oggi, la Taylor ha iniziato ad avere paranoie, paure e incapacità a fare le cose più semplici. «Ero terrorizzata. Subito sono diventata paranoica, con attacchi di panico. A un certo punto avevo il terrore di alzarmi dalla sedia. È stato uno dei momenti peggiori della mia vita», ha detto la donna, non nuova a queste imprese. Lo scorso anno, per esempio, non si è lavata per sei settimane, sempre seguita dalle telecamere. Al termine dell'esperimento, la donna - che aveva fumato marijuana l'ultima volta quando era studentessa vent'anni fa - è anche ingrassata, ha registrato apatia e mancanza assoluta di concentrazione. Test condotti a metà dell'esperimento hanno notato livelli di psicosi superiori rispetto agli schizofrenici. Nicky era consapevole del fatto che oggi la marijuana, causa le modifiche genetiche che hanno creato la variante detta skunk, è molto più potente e pericolosa di quella fumata in gioventù: «In quella naturale c'è il 3-5% di thc, nello skunk c'è il 10-15%». Nel Regno Unito c'è ormai da qualche anno il dibattito sull'opportunità di riconsiderare la depenalizzazione della cannabis: quando fu declassata infatti non era potente come la sostanza che circola oggi.
Forse qualcuno avrà già sentito parlare del disease mongering
Mauro Croce, Gian Paolo Di Loreto
Forse qualcuno
avrà già sentito parlare del disease mongering . E' una
strategia utilizzata dall'industria farmaceutica per incrementare gli
utili attraverso una serie di specifiche azioni, ad esempio
indirizzare l'attenzione clinica e di ricerca su patologie croniche e
di forte diffusione (con buona pace delle persone affette da malattie
rare il cui "poco mercato" non merita grandi investimenti),
abbassando i livelli-soglia di rischio, ma alzando quelli di
redditività di farmaci che non devono essere somministrati ai
fini della guarigione, ma per mantenere gli assuntori "sotto
cura e sotto controllo" praticamente per tutta la vita.
Ma
non è sufficiente abbassare le soglie di rischio. Ecco che
allora ciò che sino a qualche anno fa era considerato normale
ora viene considerato patologico, e pertanto vengono individuate
"nuove malattie". La lista è lunghissima, sino a
contemplare la "sindrome delle gambe irrequiete", sindrome
che necessita prima di essere "scoperta", quindi di essere
combattuta tramite l'individuazione di un farmaco ad hoc ed infine,
inevitabilmente, richiede di trovare "pazienti" affetti da
tale sindrome. Non è un caso che gli investimenti in marketing
da parte delle aziende farmaceutiche si rivelino di molto superiori a
quelli in ricerca.
Ancora, desta una notevole impressione la
recente notizia che un farmaco come il Prozac non risulterebbe
efficace nei casi di depressione lieve, impressione che si accentua
al sospetto che tale mancanza di efficacia possa derivare non tanto
da un'azione farmacologicamente carente, quanto dalla scadenza del
brevetto (con la conseguenza che le case farmaceutiche tenderebbero a
svalutare il Prozac per poter poi lanciare sul mercato altri
brevetti).
Fatto sta che leggendo come patologiche numerose
manifestazioni della vita normale e facendo leva sulla paura della
morte, si incentiva il continuo ricorso a strutture sanitarie e al
sovratrattamento farmacologico di ogni sintomo da parte di un
cittadino stretto fra il timore della malattia e l'aspettativa nel
potere salvifico della medicina.
Di converso, anche comportamenti
e scelte (o forse non scelte…) soggettive ben si prestano a
suscitare un certo interesse da parte della medicina e delle aziende
farmaceutiche: eccessi o inibizioni sul piano sessuale, nell'uso di
internet, nel lavoro, nel gioco d'azzardo, nelle relazioni e negli
affetti, negli acquisti ed anche nello sport diventano sempre più
punto di osservazione, di studio, di interesse da parte della
medicina, ed eccoli quindi inseriti a pieno diritto nelle "nuove
patologie" o, nello specifico, nelle "nuove sindromi da
addiction", sempre più consone ad inglobare momenti ed
eccessi tipici della vita di ognuno di noi. L'operazione è
semplice. Il primo passo sta nel creare un allarme sociale (nuove
malattie, nuove sindromi di cui ognuno potenzialmente è a
rischio); in secondo luogo ci si appropria di questo campo (questi
comportamenti sono individuati, spiegati e di dominio della
medicina), in terzo luogo vengono catalogati (inserimento nei manuali
diagnostici) e finalmente giunge la rassicurazione che sono in corso
ricerche, sono o saranno a disposizione farmaci, linee guida.
Questo
non significa che il problema del rischio, dei costi sociali, delle
problematiche aperte da tali questioni non esistano. Anzi. Piuttosto
si pone la questione se tali problemi siano di competenza della
medicina o meno. Come nota infatti Eliot Freidson nel saggio La
dominanza medica «la professione medica si arroga il diritto di
decidere cosa sia la malattia e a che cosa sia collegata, nonostante
la sua incapacità di trattarla efficacemente. Questo ci
dimostra che l'acquisizione di importanza sociale di un valore come
la salute va di pari passo con la nascita di un veicolo per questo
valore, una categoria organizzata di professionisti che ne reclamano
la giurisdizione. Una volta ottenuta ufficialmente tale
giurisdizione, la professione è pronta a creare i propri
concetti specializzati per definire che cosa sia la malattia. Benché
la medicina non sia indipendente dalla società in cui opera,
nel momento in cui diventa il veicolo di valori sociali, giunge ad
assumere un ruolo fondamentale nella formazione e nella definizione
dei significati sociali che tali valori contengono. Resta da vedere
quale sia la portata di questo ruolo».
Non punire, ma
sedurre
Quest'ultima notazione ci introduce all'interno di un più
ampio piano di lettura del fenomeno, che tenta di dar conto della
medicalizzazione della devianza come processo diffuso, nonché
chiave di volta per comprendere l'affermazione di un certo potere
sottile, discreto e pervasivo. È quello che ci rammenta Michel
Foucault in Sorvegliare e punire evidenziando il fatto che proprio su
strumenti come l'esame, su modalità operative quali la
catalogazione, la classificazione, la documentazione e
l'individualizzazione, si sia fondato il passaggio verso un certo
modello di società del controllo e della disciplina. Questi
elementi, che trovarono terreno di coltura proprio in ambito clinico
(cioè in quei "laboratori" che sono gli ospedali del
XVIII secolo), non limiteranno poi il proprio raggio d'azione al
manicomio e all'ospedale, ma si riveleranno ben funzionali alla
gestione ed organizzazione di altre comunità "necessarie"
e totalizzanti, quali sicuramente la caserma, il carcere e per molti
versi la fabbrica.
Da qui, dalle istituzioni totali, il sistema
"medicalizzante" troverà poi progressiva diffusione
nel resto della società, rendendo sistematiche le procedure di
normalizzazione e controllo fino a farne la spina dorsale di un
preciso modello di regolazione socioeconomico e politico o, per
meglio dire, biopolitico.
Ma sarebbe ingenuo pensare oggi che la
diffusione della medicalizzazione, anche di quella della devianza,
sia rimasta ancorata ad un mero presupposto disciplinare ed
organizzativo. Prova ne sia che se da un lato vi è ormai la
stabile acquisizione che il processo di medicalizzazione collettiva
della vita (ben prima che della devianza!) sia un processo necessario
ed ineluttabile, in quanto rispondente ad esigenze di carattere
medico-sociale (tutt'altro che scevre, come sopra rimarcato, da
pressioni economiche), dall'altro i processi di individualizzazione
che hanno avuto luogo in occidente negli ultimi 30-40 anni non hanno
affatto sgretolato i dispositivi di controllo basati sulla
medicalizzazione, piuttosto li hanno sottoposti ad una certa
mutazione. L'individuo tardo-moderno o post-moderno, differenziato,
autonomizzato ed isolato, rappresenta difatti un "oggetto"
di attenzione ancor più esposto alle manipolazioni di un
potere mai così raffinato, in grado di esprimere controllo
sociale non tanto per il diretto ricorso a disciplinarità e
sanzioni, quanto attraverso la mirata stimolazione di desideri e la
incessante proposizione di modelli, all'interno dei quali l'input
alla salute ed al benessere diviene generale, inevitabile e doveroso
fondamento del principio di successo individuale.
A ciò si
aggiunga che questa volontarietà alla base dell'attuale
biopotere si raccorda perfettamente con la volontarietà
dell'accesso a certi benefici o servizi erogati proprio in quegli
ambiti bio-socio-tecnologici volti a regolare, organizzare e
monitorare il comportamento umano.
È chiaro, quindi, come
ciò che oggi si definisce come controllo non si focalizza su
pratiche costrittive, né su espressioni e comportamenti
oppressivi, ma nell'organizzazione e nella contestualizzazione di ciò
che è spesso progettato o addirittura desiderato da un libero
soggetto: nell'indicargli modelli di vita, di consumo, di
prestazione. Salvo poi ritenerlo malato se "non riesce a
controllarsi" nei consumi e negli eccessi. Salvo poi
stigmatizzarlo se "eccede". Salvo poi colpevolizzarlo se
non ricorre alle cure per il suo disturbo.
Il meccanismo opera in
particolare sul piano delle sostanze o dei comportamenti "non
illegali", dove il consumo è libero, non ostacolato o
spesso addirittura costruito attorno a comportamenti socialmente
incentivati, senza che tuttavia vengano minimamente messi in
discussione i modelli culturali e l'organizzazione sociale ed
economica che gravitano proprio attorno a questi consumi.
Ed è
a questo punto che intervengono i "saperi esperti" i quali,
come ha evidenziato sempre Foucault (vedi Tecnologie del sé ),
divengono di centrale importanza nei processi di normalizzazione che
partono dalla individuazione delle possibili buone condizioni di
salute e dalla definizione delle corrette regole di comportamento a
cui i soggetti sono chiamati a conformarsi. Non si tratta più
quindi di "sorvegliare e punire" (apparato che richiama
paranoici modelli ottocenteschi o modelli inapplicabili) ma di
prevenire e curare, preferibilmente all'interno di un approccio
riduzionista che si declina in prevalenza su un versante
biologico-individuale, riconducendo cioè l'essere umano ad una
"semplice questione somatica": ecco infatti che
quotidianamente sui giornali leggiamo come sia stato scoperto in un
qualche laboratorio il gene, il meccanismo biologico, il tratto
somatico di tutto ciò che ci dà fastidio negli altri o
che vogliamo giustificare in noi (la violenza, l'aggressività,
la tossicodipendenza), o che vogliamo cambiare o di cui ci
vergogniamo. Ed ecco allora la pillola - già anticipata e
pubblicizzata - che risolverà il problema, e che rappresenta
anche la chiusura di un cerchio già delineato.
Dal
peccato alla malattia
«Una volta rimosse etichette come
crimine e peccato, ciò che viene fatto al deviante è
per il suo bene, per aiutarlo invece che punirlo, anche se il
trattamento può, in alcune circostanze, rappresentare una
pratica restrittiva. Le opinioni del deviante non vengono tenute in
considerazione perché egli è considerato un profano
inesperto, privo della conoscenza specializzata o del distacco che
gli darebbero il diritto di fare sentire la sua voce» (la
descrizione è ancora di Freidson).
Il progressivo
slittamento di molti comportamenti considerati devianti,
incomprensibili, disturbanti dal dominio della Chiesa (è
peccato), a quello del Diritto (è reato), per giungere a
quello della Medicina (è malattia), comporta tuttavia i rischi
di un controllo più strisciante, più subdolo, la cui
sostanziale accettazione sociale garantisce spazi di manovra e di
legittimazione in territori prima stranieri. Se ieri un uomo doveva
essere pio e timorato di Dio, e quindi rispettoso delle leggi e delle
convenzioni, oggi l'ideale è quello di un uomo "sano"
e la salute (o la mancanza di essa) diventa il luogo ove scoprire e
svelare il peccato, la colpa o i propri limiti ed inadeguatezze: si
pensi ad esempio al "caso Viagra". Le "nuove sindromi"
sono costruite e definite da una algebrica sommatoria di più
criteri comportamentali che non si interrogano circa la comprensione
dei meccanismi, dei significati, dei vissuti, delle evoluzioni e dei
bisogni che tali "dipendenze" sembrano allo stesso tempo
circolarmente soddisfare e creare. I problemi e gli ostacoli che le
persone incontrano diventano, quindi, diagnosi e il processo prevede
la trasformazione e l'accettazione del passaggio da trasgressore a
malato.
Oltre la cura: la statistica "preventiva"
Ma
lo scenario si va frastagliando, e inizia a sorgere più di un
dubbio circa il fatto che la medicalizzazione della società in
generale, e la medicalizzazione della devianza in particolare,
governino da sole gli attuali processi di controllo sociale. Forse
non è un caso che le tendenze nel crime control e nel
contrasto alla devianza degli ultimi trenta anni abbiano via via
spostato l'attenzione dalle caratteristiche cliniche e sociali
dell'autore del delitto alle concrete modalità di commissione
dei reati ed alle situazioni ed al contesto fisico ove il reato viene
perpetrato.
Così come non è casuale l'emersione di
un approccio preventivo cosiddetto attuariale, volto ad operare su
una base quantitativa e probabilistica e tendente al controllo
tramite una valutazione anticipata del rischio, rinvenibile sia nelle
specifiche caratteristiche individuali del singolo soggetto, quanto
in quelle generali della classe o del gruppo di cui fa parte, secondo
un criterio preventivo, astratto e statistico che non ha più
alcun bisogno di quella finalità trattamentale o
risocializzante che accompagna, in buona parte, proprio certi
processi di medicalizzazione.
Sembrerebbe pertanto configurarsi
uno scenario tardo-moderno nel quale il biopotere sa muoversi ed
agire in modo fluido ed adattabile, utilizzando strumenti diversi in
base alle diverse caratteristiche dei soggetti da controllare: su
alcuni di essi può essere più efficace medicalizzare e
"trattare", oppure indurre e stimolare; su altri rimane
preferibile valutare il rischio ed escludere.
19/03/2008
17-3-08
|
Intervista di Sabatino Annecchiarico con Francesca Coin* - da informationguerrilla.org |
Allo
stesso tempo, si è verificato un aumento del consumo di sostanze
psicotrope e di alcol da parte dei lavoratori che producono questi
beni, realizzando con il proprio malessere gli alti profitti del
capitale. Francesca Coin, nel suo recente saggio “Il Produttore
Consumato. Saggio sul malessere dei lavoratori contemporanei” (Ed. Il
Poligrafo, Padova, 2006. €23,00) delinea questa trasformazione partendo
dalla constatazione
che, secondo la sociologia “ufficiale”
«Nell'era post-industriale i lavoratori non sono più il perno della
vita sociale. Essi non sono più al centro né delle fabbriche né delle
piazze. Il loro ruolo economico e politico è oramai marginale, e
parimenti poco importanti sono diventate le loro storie di vita. Ma, a
clamorosa smentita di una tale presunta marginalità, all'alba del terzo
millennio i lavoratori sono il bersaglio primo delle riforme economiche
e politiche del libero mercato, che avanza precisamente sulle schiene
della classe lavoratrice mondiale».
Nella
sua ricerca lei si sofferma in modo particolare sul crescente ricorso
di droghe che fanno i lavoratori, un uso in risposta alle difficoltà e
alle loro sofferenze che il mondo del lavoro infligge. Diversi studiosi
hanno già trattato questo argomento. Dov'è la novità della sua ricerca?
Fino ad oggi è stato trattato questo problema
prevalentemente in chiave psicologica, osservando il malessere dei
lavoratori come un male individuale. La novità di questo saggio è
l'approccio collettivo con cui ho affrontato questo malessere. Un
malessere inserito dentro il mondo stesso della produzione capitalista.
Lei
sostiene che questa produzione di beni è connessa, in modo
inestricabile, con la produzione di malessere di chi produce questi
beni. Da dove parte per sostenere queste affermazioni?
Nel mondo capitalista abbiamo un mercato del lavoro che richiede sempre
un maggiore sforzo da parte del lavoratore, sia nell'aumento delle ore
lavorative che nell'intensità propria del lavoro. Osservando i paesi in
cui le ore di lavoro variano tra 12 e 72 ore continuative, senza
interruzione, ad esempio quelle delle zone di libero scambio
commerciale del Centro e un Sud America, spesso le anfetamine sono
somministrate direttamente dal datore di lavoro con lo scopo di portare
a termine turni di lavoro massacranti. Si è passati da un assenteismo a
un iper-presenteismo sul posto di lavoro.
In Europa accade la stessa cosa?
Abbiamo in Europa le testimonianze dei sindacati inglesi, che ci fanno
sapere che la gran parte dei lavoratori inglesi hanno problemi di
tossicodipendenza e di alcolismo. In Italia la cosa non è molto
diversa. Si dice con leggerezza che la tossicodipendenza riguarda
prevalentemente i giovani. Giovani studenti: una generazione spesso
collegata con le stragi del sabato sera. La realtà è diversa. Il 70%
dei consumatori di droghe non è costituito da studenti bensì da
lavoratori dipendenti. C'è un forte malessere dei lavoratori in
fabbrica, i turnisti ad esempio, compensano questo malessere con l'uso
di droghe e farmaci. Questo fatto è dovuto a due bisogni effettivi
della produzione capitalistica: quello di lavorare sempre di più e
quello di consumare sempre di più. Da una parte c'è bisogno dell'
iperlavoro, il quale è in continua crescita, utile ad abbassare i costi
di produzione. Dall'altra c'è il bisogno di consumare quello che si
produce. Siamo paradossalmente in un'epoca della storia in cui la
possibilità di consumare è la più alta in assoluto: tanti beni a
disposizione. Ma nello stesso tempo, tale consumo non aiuta
l'emancipazione dei lavoratori, bensì principalmente la produttività
economica e l'obbedienza politica. Il consumo di sostanze stupefacenti
ha precisamente un triplice scopo: stimolare la produzione, manipolare
l'essere umano per renderlo più simile alla macchina e farlo diventare
il più possibile docile. Un esempio di tale “pacificazione” è il modo
in cui nel 1968 l'LSD fu somministrata in massa ai contestatori
nordamericani quale “antidoto all'attivismo politico”.
Alla luce di tutto ciò, come reagisce il sindacato in Italia?
In Italia il sindacato reagisce come può, nel senso che in un contesto
caratterizzato dalla decentralizzazione produttiva il sindacato è
sempre più stretto dalla necessità di garantire il posto di lavoro e
mantenere la capacità contrattuale del salario. Schiacciato tra queste
due realtà, il sindacato chiude un occhio a tutto il resto. Ed è così
che emerge un sindacato senza una autentica forza contrattuale, risorse
politiche o motivazioni per affrontare il disagio dei lavoratori.
Ci sono esempi che testimoniano questa debolezza sindacale?
Nell'inchiesta che ho fatto nella zona industriale del Nordest
d'Italia, di alta densità produttiva, volevo verificare quanti
lavoratori facessero uso di droghe o di antidepressivi. Di fronte alla
mia ricerca il sindacato si è tenuto in disparte, non ha preso una
posizione esplicita.
E le politiche dei governi, che ruolo hanno?
Le politiche dei nostri governi sono connesse all'economia dello Stato
e quindi soggette alle necessità di profitto della produzione
capitalistica. In quest'ottica essi fanno leggi che puntano sempre di
più alla precarietà e alla flessibilità del lavoro, invece che al
benessere dei lavoratori.
A questo punto la soluzione sfuma.
La soluzione al problema? No, non sfuma. La cosa che mi preme
sottolineare è che il benessere dei lavoratori non è marginale alla
lotta dei lavoratori stessi o del sindacato. È centrale. L'opposizione
collettiva è l'unica possibilità d'uscita da quella disperata ricerca
di auto-gratificazione dalle dipendenze. Come scriveva Jervis negli
anni settanta, la nevrosi operaia si sviluppa nella misura in cui
l'operaio non riesce ad inserire in una struttura collettiva di
protesta il proprio rifiuto, perché l'unica terapia è l'azione politica
dei lavoratori. in questo senso non c'è stato provvedimento in Italia
ed in Europa in cui il desiderio governativo di trasformare il lavoro
in un processo precario, flessibile e sottopagato non sia stato accolto
con una vera e propria lotta nelle piazze. Vi è stata una grande
risposta quando si è voluto cancellare l'articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori. Ancora una volta sono stati gli stessi lavoratori a
mostrare la soluzione.
Lei fa riferimenti espliciti al coinvolgimento dei governi?
Se guardiamo il mercato delle droghe nel corso della storia vediamo che
spesso i governi occidentali sono stati implicati in un modo o in un
altro nella somministrazione di sostanze psicotrope alle popolazioni.
Se ci pensiamo, il consumo di massa di sostanze psicotrope è cominciato
con la rivoluzione industriale prima e con il colonialismo poi, quando
questo commercio era considerato non solo uno strumento vantaggioso dal
punto di vista economico, ma anche uno strumento di pacificazione
politica. Si pensi solo alla politica coloniale dell'impero britannico
nei confronti della Cina, o al colonialismo olandese e francese nei
confronti dell'Indonesia e del Vietnam, o al ruolo delle droghe
nell'aumentare la ferocità conquistatrice dell'esercito statunitense, o
allo smercio di massa di LSD tra i manifestanti di San Francisco negli
anni Sessanta per ridurne le istanze di mobilitazione politica. Nei
ghetti neri degli Stati Uniti, ancora una volta la risposta l'hanno
data i lavoratori, che hanno messo in atto una campagna di
mobilitazione e denuncia contro il governo nordamericano, dopo che per
decenni questo aveva facilitato la diffusione di droghe pesanti nei
ghetti così da rispondere al problema dell'elevata povertà delle inner
cities con lan criminalizzazione dei poveri.
Abbiamo
parlato del mondo di produzione capitalista, dove esiste un padrone,
che è il proprietario della produzione e dei lavoratori. Esistono
tuttavia esperienze di lavoro dove sono gli stessi lavoratori a gestire
la produzione senza i padroni proprietari. Un esempio di riferimento
sono le fabbriche occupate in Argentina. Secondo lei, qui accade la
stessa cosa? Si verificano gli stessi malesseri e lo stesso consumo di
droghe?
Non ho fatto un'accurata ricerca nelle
fabbriche recuperate in Argentina, ma ho visto che, laddove il
lavoratori si autorganizzano, laddove il lavoratori si realizzano come
persone nell'ambito della stessa produzione di beni, laddove i
lavoratori sono liberi di decidere, essi non hanno bisogno dei
psicofarmaci per poter lavorare. Per cui, quello che ho visto nelle
fabbriche in cui la dignità e la responsabilità del lavoratore diventa
protagonista della stessa produzione, il sogno del benessere dei
lavoratori non ha bisogno di appagarsi con le droghe.
*Sociologa e ricercatrice nell'Universita' Ca' Foscari di Venezia e presso la Georgia State University di Atlanta (USA)
L'82% ritiene possibile ubriacarsi, il 47% fumare marijuana, oltre il
90% accetta il sesso prematrimoniale e piu' del 42% non esclude di
poter far sesso con una persona sposata. E' ritratto degli scout che
emerge da una ricerca condotta su 2.522 aderenti al movimento
provenienti da 25 paesi europei e iscritti a 39 diverse associazioni
scout, di eta' compresa tra i 16 e i 21 anni. Sono stati sentiti 1.284
maschi e 1.238 femmine, di cui il 45% di nazionalita' italiana. La
ricerca e' stata presentata ieri nella sede della Provincia di Firenze.Arrestato un finanziere con 60 chili di droga
CAGLIARI (7 marzo) - Un militare della Guardia di
Finanza di Cagliari è stato arrestato dagli agenti della Polizia di Stato perchè
trovato in possesso di dieci chilogrammi di cocaina e di 50 chili di hascisc.
L'uomo, Sergio Coppola, di 35 anni, napoletano, era sbarcato alcune ore prima
dalla nave proveniente da Napoli.
Il finanziere era da tempo sospettato
e ieri è scattato per lui un controllo della Polizia. È giunto in Sardegna nel
porto di Olbia e si è diretto con l'auto verso Cagliari. Nei pressi del
capoluogo è stato fermato e in un vano sotto il cofano posteriore è stata
trovata la droga, circa 60 chilogrammi di cocaina e hascisc. L'uomo è stato
rinchiuso in carcere a disposizione dell'autorità giudiziaria.
| « | Marzo 2008 | » | ||||
|---|---|---|---|---|---|---|
| Do | Lu | Ma | Me | Gi | Ve | Sa |
| 1 | ||||||
| 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |
| 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 |
| 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 |
| 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 |
| 30 | 31 | |||||
Salve, vorrei segnalarvi la nostra campagna contro i posti blocco della GdF agli eventi reggae a Bari.
Saremmo lieti di una vostra adesione di solidarietà, come gruppo od organizzazione, o anche come singoli, al nostro appello riportato qui sotto.
E’ possibile aderire rispondendomi per email, o ancora meglio lasciando un commento all’appello nel blog, nella pagina delle adesioni
http://lamusicanonsiblocca.wordpress.com/comunicato-e-appello/elenco-adesioni/
Saluti e grazie per l’attenzione.
Mimmo
Coordinamento artisti reggae nella provincia di Bari
http://www.lamusicanonsiblocca.wordpress.com
La musica non si blocca!
Il reggae a Bari contro la criminalizzazione della vita notturna e per la depenalizzazione della cannabis.
Gli operatori e gli artisti legati alla scena musicale del reggae in puglia, intendono denunciare pubblicamente un singolare fenomeno di accanimento repressivo nei loro confronti.
La questione è di interesse generale, perchè riguarda un notevole spreco di energia e di risorse pubbliche che danneggia la vera lotta alla criminalità ed ai traffici illeciti, preferendo piuttosto criminalizzare un fenomeno musicale in quanto tale, fermando e controllando migliaia di suoi semplici utenti, e colpendo decine di ragazzi colpevoli solo del possesso di piccole quantità di hashish o marijuana.
Ma veniamo ai fatti. Da circa un anno ormai, la Guardia di Finanza in terra di Bari impiega uomini e mezzi in quantità nella lotta contro il reggae. Avete letto bene, non contro la mafia, l’evasione fiscale, l’alcolismo e le sostanze pericolose in generale ma contro la musica reggae.
E’ un dato di fatto ormai che sistematicamente, qualsiasi evento musicale grande o piccolo in provincia di Bari, purchè promozionato come “reggae”, viene monitorato dalla Guardia di Finanza. A pochi metri dall’ingresso dei locali vengono allestiti posti di blocco spropositati, con almeno sei auto e decine di agenti, unità cinofile e bilancini. Questo vuol dire soldi, straordinari per chi lavora di notte nei fine settimana, e super utilizzo di mezzi come i cani che poi sono stanchi per le cose più serie.
Anche per iniziative che richiamano poche centinaia o adirittura decine di utenti, sono stati disposti spiegamenti di forze degni di raduni di massa.
Tutto il pubblico viene sistematicamente intercettato e perquisito ogni volta, anche per più eventi alla settimana, con il semplice risultato di collezionare verbali di sequestro per due o tre “spinelli” ogni tanto. Tanta sistematicità ha due effetti principali: scoraggiare l’utenza a seguire eventi di questo genere musicale, e garantire l’impunità ai veri spacciatori che sanno benissimo quando e dove troveranno i controlli.
La scelta delle forze dell’ordine è quella di accanirsi e di impiegare risorse nella repressione dell’uso delle cosidette “droghe” leggere, cannabis e derivati, quando invece il vero pericolo per la salute e la sicurezza è l’abuso di altre sostanze diffusissime: alcol sopratutto, ma anche tante altre potenti droghe chimiche.
A Bari ci sono funzionari che impiegano il loro tempo a collezionare i volantini delle feste reggae ed a leggere i forum specializzati su internet, solo perchè da sempre questa scena musicale si è apertamente espressa a favore della liberalizzazione delle droghe leggere. Una rivendicazione condivisa da larghe fascie della società civile e supportata dai più autorevoli settori della scienza e della cultura internazionali.
I responsabili dell’ordine pubblico però dovrebbero anche sapere che questa consapevolezza favorisce un sostanziale disinteresse verso sostanze davvero pericolose. Tutti i gestori dei locali sanno che quando ospitano eventi reggae devono fare i conti con uno scarso rendimento del bar, per un consumo di superalcolici inferiore alla media. Le risse e gli incidenti, favoriti dall’uso di sostanze eccitanti, sono più rari che altrove. La cultura della musica reggae è piuttosto veicolo di messaggi positivi, ecologia, antirazzismo, solidarietà, impegno sociale e spiritualità.
Non affermiamo questo per criticare altre abitudini e forme d’arte, ma solo per riaffermare le specificità culturali positive espresse da questa musica che ora viene attaccata. La criminalizzazione della vita notturna in quanto tale è sempre sbagliata: non tutela realmente la salute e la sicurezza, in quanto ostacola la socialità e l’arte, favorisce l’isolamento degli individui ed i traffici dei veri criminali.
Noi operatori e artisti vogliamo sapere qual’è la volontà politica dietro queste operazioni della GdF a Bari, chi le decide, qual’è il vero scopo e quali sono i veri risultati di questo utilizzo mirato di risorse pubbliche.
Rivendichiamo il diritto della gente a recarsi alle nostre iniziative senza essere automaticamente trattenuti e umiliati da noiosi ed inutili controlli. Riaffermiamo il carattere progressivo ed edificante della nostra cultura, che non merita di essere soffocata da una vera e propria campagna persecutoria istituzionale.
Auspichiamo la depenalizzazione delle droghe leggere, per un utilizzo più efficace e meno ideologico delle risorse in materia di ordine pubblico e salute.
L’assemblea degli artisti reggae in terra di Bari (in ordine alfabetico):
Amlak Dub (sound system)
Barireggae.it (portale web)
Chop Chop (band)
Double Dose (crew)
Dread Movement (crew)
Heavy Hammer (crew)
High Grade Conqueror (sound system)
I&I Project (sound system)
Kings of Kings (crew)
Murgia Youth (crew)
Ragga Meridional (crew)
Rhomanife (band)
Shanty (crew)
Small Axe (crew)
Soundsystem.it (portale web)
South Love Vibration (crew)
Suoni Mudù (band)